Nelle stanze di Andrea Tomaselli: la narrazione del poliamore

#StanzeAltrui
Nella stanza di Andrea Tomaselli: “Bodies” e il racconto del poliamore

In questo spazio virtuale vi parlo delle stanze della mia vita, delle stanze delle città in cui ho vissuto e anche di quelle che hanno ospitato gli scrittori con cui mi sono formata (finora, vi ho parlato di Leopardi, di Pavese e della Allende, ma non è finita qui).
Sono convinta che non vi sia alcuna differenza tra letteratura e vita: questa è una delle mie poche, granitiche certezze.

Quando ho aperto questo blog, l’ho fatto perché spinta da un’esigenza: volevo uno spazio mio, che parlasse spudoratamente di me (qualcuno diceva che la scrittura è l’arte di farsi frugare nelle mutande dai lettori, e prima hai il coraggio di farlo, meglio è per tutti), che parlasse delle stanze della mia vita come correlativo oggettivo per disseminare indizi su di me.
Sì, volevo uno spazio che mi regalasse un grado di intimità e apertura maggiore, rispetto ai giornali con i quali collaboro da anni, uno spazio di libertà assoluta in cui poter essere me stessa, per essere Monica e basta.
Ho deciso di parlare delle mie stanze, e poi ho pensato alle #StanzeDInchiostro, quelle degli scrittori della mia vita. Perché senza i nostri maestri, noi non saremmo quello che siamo oggi.
Una sera di inizio estate, però, la mia mente ha iniziato a vorticare e ho pensato di aprire le stanze anche agli scrittori che, in un modo o nell’altro, ho conosciuto nelle varie città in cui ho vissuto.
Ho deciso di entrare nelle stanze degli scrittori che mi hanno insegnato qualcosa, per mostrarle a tutti voi.
Comincio con Andrea Tomaselli: qualsiasi presentazione relativa all’autore sarebbe superflua, perché è tutto contenuto nell’intervista; lui ha saputo raccontarsi e sviscerarsi senza risparmiarsi, e sarebbe un peccato sciupare tutto con una mia presentazione.
Il motivo per cui l’ho intervistato è stato il suo romanzo Bodies, che è una narrazione del poliamore, un tema di cui io sapevo poco e nulla, ma che mi ha sempre incuriosita.
Il suo romanzo parla di corpi, di sacralità del sesso e della sfera intima, esplorata in ogni sua sfaccettatura.

Andrea si definisce maieuta, e il suo libro è un modo per partorire se stessi e una visione diversa di sessualità, alternativa alla dicotomia occidentale secondo cui ogni cosa è cesura, dicotomia e rottura.
Ringrazio Andrea per avermi fatto leggere il suo romanzo, e per essere stato così disponibile.
Lui ha deciso di pubblicare con Bookabook: il primo obiettivo per la pubblicazione è stato ampiamente raggiunto e superato, per il secondo goal mancano pochissime copie.
Il link per pre-ordinare Bodies è questo: https://bookabook.it/libri/bodies/

Detto questo, adesso vi lascio con Andrea.
Buona lettura!

Andrea Tomaselli

Ciao Andrea, grazie per averci fatto entrare nelle tue stanze, e in quelle del tuo romanzo, “Bodies”. Iniziamo con una domanda generica: chi è Andrea Tomaselli e come si presenterebbe a chi non lo conosce?

Mi occupo di diverse cose (narrativa, cinema, poesia, docenza) ma sono, fondamentalmente, un maieuta. A volte si tratta di aiutare i miei allievi a partorire se stessi, altre volte si tratta di condurre fuori le storie, i mondi, le atmosfere emotive che mi abitano.

Come è nata l’ispirazione per scrivere questo romanzo?

Come capita quasi sempre con ciò che racconto, c’è un mix di autobiografia, di metanarrativa (in questo caso, per esempio il “Liolà” di Pirandello che mi ha ispirato per il personaggio di Neli) e una parte di What if?, una dinamica del mio pensiero che mi accompagna da sempre, quel vivere osservando la realtà seguendone i percorsi finché non arrivano a un particolare snodo dal quale in me si genera la curiosità di immaginare cosa accadrebbe se una porzione della realtà, anche piccola, mutasse in una direzione imprevista, antitetica o più mitemente collaterale.

Ammetto di essere molto “a digiuno” riguardo l’argomento poliamore, e leggere il tuo libro mi ha spalancato un mondo: quando ti sei avvicinato alla conoscenza di questo concetto o, se possiamo così definirla, “filosofia”?

Mi ci sono avvicinato in modo precoce. Già da piccolo non nutrivo alcuna gelosia rispetto ai miei giocattoli. E quando da giovane ho iniziato a leggere testi socialisti, comunisti, nasceva in me spontaneo il collegamento tra quelle teorie applicate in ambito socio-economico e il loro corrispettivo sentimentale. Trovavo assurdo il concetto di proprietà privata, sia che essa fosse applicata a un terreno, a un bosco, a un castello, sia che fosse applicata a una persona, a una moglie, a un fidanzato. È poi maturata negli anni una nostalgia dolorosa verso quelle forme di comunità allargate e fortemente consapevoli che erano gli Oglala nordamericani, gli Indios dell’ammazzonia, le tribù samoane; la loro filosofia olista mi portava inevitabilmente a mettere con le spalle al muro il pensiero occidentale, col suo dualismo, la sua compulsione a dividere.

Quanto è pronta l’Italia per l’accettazione del poliamore?

L’Occidente intero credo sia ancora lontano da un’accettazione di dinamiche poliamorose. Credo debba prima formarsi una narrazione del poliamore, una fenomenologia poliamorosa, un’educazione sentimentale a riguardo. Quando strumenti del genere saranno maturati, ecco che le persone potranno davvero scegliere, vagliare… per ora vivono la monogamia (con tutte le sue apparecchiature di tradimenti, frustrazioni, divorzi, violenze, solitudini) come atto obbligato, un dogma che non si arriva neanche a mettere in discussione. Ho letto, però, che qualche giorno fa a Somerville, nel Massachussets, la definizione di famiglia è stata legalmente allargata alle relazioni poliamorose: magari è un inizio…

Chiacchierando in giro, ho ravvisato un po’ di cliché sul poliamore: c’è qualche luogo comune che ritieni particolarmente dannoso e pericoloso?

Almeno due. Il primo è che se io sto con qualcuno e lo tradisco con qualcun altro allora sto vivendo una relazione poliamorosa. Quello è ‘fare di nascosto’ e non c’entra niente col poliamore (che presuppone un orizzonte etico di trasparenza all’interno del quale la gelosia, come la menzogna, sono attitudini da cui si sono liberati entrambi i soggetti della coppia). Il secondo stereotipo sul poliamore che mi offende è quello per cui se ami più persone è perché non ne ami una ‘veramente’, non ti sei mai ‘veramente’ innamorato, non conosci il ‘vero’ amore: non capisco perché non si faccia la stessa critica all’amore di un genitore per i suoi figli, o di un figlio per i suoi genitori. Perché si può essere poligenitori, polifigli, ma non poliamanti?

Nel tuo libro parli di certezze, ne parli spesso: quanto ha a che fare il poliamore con lo scardinamento di certezze prestabilite?

Molto. Al momento la monogamia è una componente fondamentale dello status quo; il poliamore, al contrario, è alternativa, diversità, minoranza, rivoluzione.
Il poliamore è una soluzione più complessa (che, attenzione, nulla ha a che fare con la complicatezza) e come ogni forma di complessità si fonda sulla ricerca, sull’accettazione di possibili fallimenti, sulla capacità creativa di reinventarsi, su una disposizione a passare da una sofferenza acuta per trovare un equilibrio più armonico, piuttosto che accontentarsi di un’apatia anestetizzante, di una muta sopportazione, di un rifugio dentro al quale rimandare le problematiche esistenziali, relazionali e di conseguenza sociali.

Nel libro scrivi che il tuo protagonista pensa che i corpi siano innocenti, nonostante la corruzione e ciò che li attraversa: che cosa intende con questa frase?

Neli parla del contrasto tra l’innocenza dei corpi e la corruzione dell’essere. C’è una pace nella materia di cui siamo fatti, e di cui è fatto il mondo, che spesso entra in conflitto con ciò che ‘facciamo’ noi. I nostri corpi sono creature della natura, mentre i modi che noi scegliamo per relazionarci, per organizzarci in nuclei familiari, in società, sono creature che non si trovano in natura, che creiamo noi, e l’Occidente sembra essersi appassionato al macabro gioco consistente nel dare vita a relazioni umane corrotte, a tratti aberranti, che vanno dalle banalissime infelicità familiari a vita, ai più esotici stermini di massa. La natura ci ha dotato, per esempio, di armi, quali le unghie e i denti, ma nessuna di queste armi ‘naturali’ può raggiungere l’aberrazione di una mitragliatrice, o di una delle macchine di tortura create dalla Santa Inquisizione.
Esistono, nei nostri stessi corpi, esempi naturali di decenza, di limite, anche rispetto al male che ci è concesso fare, che noi abbiamo ripetutamente violato col nostro, storico, modo di essere.

Ti sei ispirato a persone che conosci nella vita reale, per delineare i personaggi del libro?

Anche. Compresi i ‘me’ che mi abitano. Io sono una persona decisamente affollata. Se questo è un problema non da poco nella vita reale, nella verità dei miei racconti si trasforma in un significativo vantaggio.

Spesso scrivi che il sesso non è solo sesso, ma è soprattutto altro: puoi chiarirci questo concetto?

Quando il sesso è fatto bene, e quindi quando non è né strumentalizzato né espressione di egoismo fine a se stesso, ti regala un privilegio rarissimo: per un tempo, difficilmente quantificabile nel percepito, ti dimentichi di te stesso, ti dimentichi della tua contingenza esistenziale. Come la meditazione (che però richiede un impegno corposo e costante) e le droghe (che hanno l’indubbio svantaggio di ucciderti o, nel migliore dei casi, menomarti), il sesso ti libera dai tuoi limiti, ti collega all’alterità, al tutto, al sempre.
È una dose di infinito.

Una frase molto bella è “Non esiste normale. Esiste frustrato, esiste amputato, esiste addomesticato. Se sei libero qui”, aggiunsi indicandomi la testa, “allora il sesso è sempre diverso. Non c’è normale”. Mi ha ricordato la celebre intervista di Pasolini a Ungaretti, quella sul concetto di “normalità”.

L’etimologia di ‘normalità’ ha a che fare con qualcosa che rientra nella norma, ovvero che rientra in una media matematica. Si fa un errore che è quasi un orrore nello scambiare questa media per una virtù, o ancora peggio per una verità. Se noi arrivassimo in un luogo della Terra che non è mai stato visitato e lì scoprissimo una tribù che mangia i propri secondogeniti ecco che ci troveremmo di fronte a una media matematica terribile: il 100% degli adulti di quella tribù parteciperebbe al macabro banchetto.
Mangiare i propri secondogeniti in quella tribù sarebbe normale, ma nessuno di noi farebbe l’errore di ritenerlo giusto, o vero. È più difficile preservare la stessa lucidità quando dobbiamo giudicare la nostra norma. La ‘nostra’ normalità è sempre quella più pericolosa, proprio in quanto ci appartiene, ed è dunque quella che più di qualsiasi altra dobbiamo continuamente interrogare, vagliare, mettere in discussione.

Cosa ne pensi della gelosia?

Io lo trovo un sentimento immaturo. Tipico dell’infanzia, ovvero di quella fase della tua vita in cui ti sei appena separato da una condizione biologica di simbiosi e fai quindi fatica a riconoscere l’altro, a lasciare che l’altra parte della tua simbiosi, tua madre, abbia una propria vita diversa dalla tua. È accettabile fino a una certa età, finché non hai metabolizzato la separazione. Poi diventa patologico. Non si può parlare di rispetto, di democrazia, di diritto alla libertà, se poi, nella nostra vita privata, riteniamo giusto che una persona sia ‘nostra’, che noi siamo di qualcun altro, che un individuo possa condizionare, limitare, la vita di un altro. Dobbiamo rivendicare il nostro diritto a essere liberi e rispettare che gli altri godano del medesimo diritto, accettando che la gelosia fa parte del nostro passato di individui, che lasciarselo alle spalle è un presupposto fondamentale per crescere.

Quali obiettivi ti sei proposto di raggiungere con questo libro? E quali ti renderebbero più felice?

L’obiettivo è condividere, e quindi essere letto. Ciò che mi renderebbe fiero sarebbe contribuire, con ‘Bodies’, alla sensibilizzazione sulle possibilità altre di amare, alla messa in crisi di dinamiche vetuste che ormai generano molta più sofferenza e frustrazione di quanto benessere comportino.

Parlaci del metodo di pubblicazione che hai scelto: come ti sei trovato?

Non mi sento particolarmente in linea con l’establishment culturale di questo paese. Non perché io abbia problemi col potere. Mi piacerebbe sentirmi in linea coi poteri culturali italiani, e spero che in un tempo non troppo lontano questo possa accadere. Ma se penso agli ultimi vent’anni, ai romanzi, ai film, alla musica, che questo paese ha espresso non riesco che a identificarmi con rarissime eccezioni, e per lo più underground. È quindi normale per me confluire in vie di pubblicazione alternative. Questa di Booabook rappresenta un valida alternativa a quello che credo sia il problema attuale del nostro paese, ovvero il fatto che abbiamo gli autori e abbiamo un pubblico pronto ad ascoltarli, ma la classe degli operatori culturali si è ripiegata su se stessa, perdendo contatto con gli autori e i lettori che non rientravano in quello strettissimo orizzonte culturale in cui essa era rimasta schiacciata. Bookabook rimette i lettori al centro, e di conseguenza gli autori, riallaccia direttamente la comunicazione con entrambi, in un atto di fiducia che io trovo fondamentale per una rinascita culturale del paese.

Infine, chiudiamo con i progetti futuri.

Come ti dicevo all’inizio, mi occupo di diverse cose, e diversi sono i progetti: c’è un film che ha un’anima ecologista e il corpo di una storia d’amore, un libro di poesie che sono preghiere, un romanzo autobiografico da riprendere in mano e uno, su una comunità, da iniziare. Ma la verità è che a qualunque di questi progetti lavorerò, qualunque di essi porterò a termine, io sono un maieuta: aiuterò a nascere.

 

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