Una casa vuota in zona rossa, a Torino

La mia casa a Torino si trova a Porta Palazzo, una sorta di Forcella sotto le Alpi, ma senza venditori ambulanti di calzini a rate e senza nessuno che ti urla “Wè, bambola, un euro a piacere, ieri sò uscito da Poggioreale e ho tre figli piccoli!”
Io e Porta Palazzo ci siamo scelte.
Ci siamo scelte l’anno scorso, quando odiavo Torino e piangevo ogni sera al telefono.
Ci siamo scelte quando passavo il tempo ad appiccicare post-it sul muro, post-it pieni di countdown che mi separavano dal mio ritorno giù; ci siamo scelte, quando mi affacciavo a fumare sul balcone e sentivo qualcosa di familiare e selvatico nel modo in cui la gente urlava, nelle voci meticce e confuse, nella policromia di ogni cosa.
Sì, io e Porta Palazzo ci siamo scelte. Mi ha presa per i capelli l’anno scorso, quando ero solo un’orfana di Napoli, con le unghie smangiucchiate e la testa sempre altrove.
L’anno scorso non avrei mai potuto pensare “Porta Palazzo è casa mia, Torino è casa mia”; quest’anno, invece, mi sono ritrovata a pensarlo nei momenti più strani e disparati. Mentre mi insaponavo sotto la doccia, mentre preparavo l’insalata, mentre mi infilavo i collant, mentre compravo i biscotti.
Mentre rimandavo il momento di partire.


Sono salita qui a Torino il 30 agosto, oggi è l’8 di novembre. Non sono mai più scesa, sono qui da quasi due mesi e mezzo e ci sarei rimasta fino a Natale. Una tirata, come si suol dire.
Se solo non fosse stato per il lockdown.
Non sono scappata subito da Torino, come è successo per il primo lockdown di marzo. Sono ancora qui, e partirò martedì, per tornare alla mia residenza che è in Campania.
Quando il Piemonte è stato dichiarato zona rossa qualche giorno fa, ero troppo frastornata, non sono riuscita a organizzarmi velocemente e mi sono presa qualche giorno in più per respirare, fermarmi e confrontarmi coi miei limiti.
Ed eccomi qui: è da qualche giorno che sono in zona rossa, da sola.
In casa non c’è nessuno, e mi aggiro tra le stanze come se vedessi ogni oggetto, ogni quadro e ogni scaffale per la prima volta.
Addomesticare la propria solitudine è un’esperienza forte, perché richiede nervi saldi, specie se fuori c’è una pandemia. Una pandemia in una città che non è la tua.
Ho stretto un patto con questa casa vuota. Ci siamo dette “Ora ci siamo solo io e te, vediamo di andare d’accordo”, e ho cercato di rispettare ogni lettera di queste parole che mi sono tatuata addosso.
Una mia amica ha ribattezzato la mia casa di Torino in un modo particolare.
L’ha chiamata la casa dei guaglioni, come quella dell’Isola di Arturo di Elsa Morante, e io mi sono affezionata a questo nuovo nome. Certo che è davvero strano vedere la casa dei guaglioni così vuota e spoglia.
In questi mesi è stata piena di voci, urla, disavventure, facce nuove, pranzi e cene, fino ad assumere i contorni di un ostello grottesco. A volte mi sembra che la casa dei guaglioni pianga un po’, dai rubinetti e dallo scarico della doccia; in alcuni giorni, sorride e mi dice che ce la posso fare e che non ho bisogno di nessuno.
A volte credo che la casa dei guaglioni abbia proprio ragione. Poi mi affaccio al balcone, e la sigaretta non ha più lo stesso sapore, perché il quartiere di Porta Palazzo non grida e non bestemmia più, c’è solo un vuoto che mi fa pensare a quelle madri arrabbiate che ti puniscono con il loro silenzio e dopo vogliono lanciarti la ciabatta appresso.
Il mercato di Porta Palazzo non si fa più, il Balon nemmeno, e piano piano tutti i piccoli segnaposto che costellavano la Torino che m’ero disegnata, iniziano a cadere. Soffiati via, da un vento cattivo.

La casa dei guaglioni in zona rossa, è uno spettacolo che proprio non volevo vedere.
Le cianfrusaglie e il vociare di Porta Palazzo avevano riempito un vuoto del mio cuore che nemmeno sapevo di avere. Credevo che non ci fosse più spazio, nel mio corpo, per tipi di felicità diversi da quella a cui m’ero pazientemente abituata.
Col tempo, ho fatto spazio a questo quartiere, che ha saputo aspettarmi in un angolo, in attesa del momento in cui io avrei pronunciato il suo nome.
Quando sono tornata qui alla fine dell’estate, ero un pettirosso ferito. Ero piena di piume ovunque: mi svolazzavano tra la bocca e l’ombelico, le ingoiavo e non sapevo più sollevarmi da terra, figuriamoci volare.
Quando sono tornata qui alla fine dell’estate, mi mangiavo le unghie fino a farle sanguinare. Accidenti, dopo un anno di semipermanente e bestemmie, c’ero quasi riuscita. Ora le unghie me le mangio ancora, ma mi fermo prima che il sangue esca: una piccola vittoria di Pirro.
Oggi a Torino c’è il sole. Fuori, un silenzio che viene dal fondo del mare.

La casa è illuminata da quella penombra che ti fa capire che il pomeriggio sta morendo e si sta trasformando in sera; in cucina, ho messo a fare una tisana allo zenzero e al limone, perché ho sempre mal di gola e la mia ipocondria ogni tanto deve trovare il modo di farmi ricordare quanto sono stata ansiosa in passato e quanto mia cugina mi abbia trasferito tutti i suoi complessi (non dimentichiamo il complesso della congestione, ma questa è un’altra storia, ragazzi!)
Nella mia mente, scenari post apocalittici del viaggio in Frecciarossa che mi attende dopodomani: non mi entusiasma per niente l’idea di fare la traversata dell’Italia. Mi sento un po’ Annibale che deve attraversare le Alpi, ma dove cazzo sono i miei elefanti?

Per fortuna sono cresciuta in Campania, e dopo ogni emozione violenta arriva sempre la risata che mi salva.
Quella risata zingara e dissacratoria, che mi fa pensare “Wagliù, ma che ce ne fott!”
Questa è la penultima sera in zona rossa, nella mia amata casa dei guaglioni.
Se solo questa casa potesse parlare, no anzi, meno male che non può parlare.
Da inizio settembre fino ad oggi ha assistito, nell’ordine, a : scene di spionaggio, breakdown emotivi, fritture di melanzane moleste alle cinque del pomeriggio, ubriacature tristi che ti fanno rimpiangere anche il tizio brufoloso che ti piaceva alle medie, bottiglie di birra impilate come trofei di guerra, cene con orde barbariche di emeriti sconosciuti, tizi che ti leggono il futuro nel palmo di una mano, fiori di zucca fritti (ma perché sto nominando la frittura ogni due per tre?), intrighi amorosi degni di Centovetrine, due o tre mutande perdute in un buco nero che parte da Porta Palazzo e arriva a Chinatown o al Mercato della Duchesca a Napoli (che è un po’ la stessa cosa).

Io vado a vivermi questi ultimi due giorni di zona rossa.
Finché c’è rosso c’è speranza, l’importante è che non è nero perché, come si dice da me, più scura della mezzanotte non può venire.

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