Questo (non) è un bilancio: niente buoni propositi per il 2021

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Basta bilanci, basta bilance (tanto vi siete messi in corpo questo mondo e l’altro, tra struffoli e roccocò).
Basta buoni propositi, che qui già stiamo in braccia a Cristo. A cosa sono mai serviti i buoni propositi nella vita? Mi ricordo di quando stavo alla magistrale e la mattina mi svegliavo dicendo “Oggi studio 100 pagine, le dispense e anche le note a piè di pagina e anche le memorie scritte dal professore in punto di morte”, oppure quando dopo aver preso l’Intercity Napoli-Torino, mi sono detta “Non lo farò mai più, nemmeno se scende l’anima di Màrquez con tutti i patriarchi e i generali nel labirinto. Piuttosto a piedi”. No davvero, non prendetelo mai l’Intercity per andare a Torino. A meno che non abbiate una vocazione naturale per il martirio, ma il tempo delle Passiones è finito da un bel pezzo.
Io li odio i buoni propositi. Cioè, non è che li odio. Non ci credo, che è diverso.
Perché tutto dovrebbe cambiare magicamente, con l’avanzamento di una cifra?
Ora non attaccherò col pippone che recita “Siamo noi a dover cambiare, ragazzi!” perché quello va da sé.
Quest’anno ha fatto allegramente defecare, per le ragioni che noi tutti conosciamo. Non mi dilungherò oltre, perché l’avrete letto in cento bilanci che oggi infarciscono l’Internet.
Io però oggi voglio provare a salvare qualcosa, come in quei giochi che facevamo da piccoli, ai compleanni, in mezzo alla Coca Cola e alle patatine del supermercato. Voglio provare a portare qualcosa in salvo, a non buttare tutto giù dalla torre; trovare il lato positivo, un esercizio di stile che mi fa capire due cose: sono diventata saggia, o semplicemente sono invecchiata.
Cerchiamo almeno di invecchiare bene!

Un certo Italo Calvino scriveva, nel suo libro “Le città invisibili”: L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Cosa è che ha reso questo inferno un po’ meno inferno? Provo a ricordarmene, e lo faccio tramite una lista.
La lista mi ricorda un po’ quando mia madre mi mandava a comprare la roba per fare il gateaux di patate, ma io oggi ho bisogno di tenere presenti tutti gli ingredienti.

1) La gita in barca nel golfo di Napoli, fatto a febbraio: quella settimana ero scesa da Torino. Quella è stata l’ultima volta in assoluto in cui ho vissuto la bellezza di Borgo Marinari senza mascherine, distanziamento e paura del prossimo. E non mi faceva schifo starmene allegramente scalza. Ora mi farei afferrare per pazza;
2) I pranzi a Torino con la mia amica Betty, a base di risotti, lasagne e roba che ci faceva ingrassare solo respirando. Le serate a scrivere testi per le consegne a mezzanotte spaccata, spesso con tanta birra in corpo, bestemmiando e imprecando; le passeggiate insieme al Balon a guardare giocattoli brutti e cianfrusaglie; quella volta in cui ordinammo il sushi burrito alle 16, dopo aver già mangiato a pranzo; la sensazione di aver trovato un’amica vera che è casa, in una città che casa non è; le nostre avventure bislacche in quella che ormai è diventata “La casa dei guaglioni”;
3) Il tramonto al Parco del Valentino, che è il posto più instagrammabile di Torino e in cui posso spararmi le migliori foto;
4) Ma nemmeno le cioccolaterie scherzano, eh;
5) La sensazione di libertà e cuore a mille quando, nel viaggio di ritorno, il FrecciaRossa o Italo oltrepassa Roma, corre, schizza, sfreccia e s’inizia a intravedere, piano piano, il Vesuvio;
6) Il sentirsi potenti e invincibili davanti a una pagina bianca di Word;
7) Il mare di Paestum, che è sempre emozionante (tranne quando ci trovi un assorbente o una scorza di anguria dentro);
8) Il sorriso delle mie sorelle e dei miei genitori, nonostante tutto; le serate passate a guardare “Natale in casa Cupiello” con mio padre;
9) Io e la mia amica Chiara che, da quando è venuta a trovarmi a Torino a febbraio, non s’è capito niente. Il suo arrivo ha fatto scoppiare una pandemia: vi prego, se avete lei come amica, mollatela subito;
10) Sempre riguardo Chiara (ormai io e lei siamo il mostro a due teste): uno dei ricordi più avventurosi del 2020 è stato quando siamo state a Salerno, a luglio, e lei si è sposata nel parco comunale con un tizio spuntato da dietro una panchina. Non sto scherzando, ho il video che testimonia la loro promessa d’amore (io li ho benedetti). Poi, non contente, siamo andate in un bar a festeggiare il matrimonio, cantando Maria Nazionale e traumatizzando il cameriere, a cui abbiamo detto di essere di Caserta (sì, stiamo molto bene, siamo amiche perché abbiamo la stessa testa di merda). Questo aneddoto è secondo solo alla serata in cui litigammo con un nano boss di quartiere, ma questa, amici miei, è un’altra storia e ora sto perdendo il filo, mannaggia;
11) Siamo già a undici? Ok, allora dico le pareti arancioni della Holden, che spero di rivedere al più presto e non solo nei miei sogni più arditi;
12) Quando ad agosto sono andata a sparare col fucile al poligono. Ho scoperto che mi piace un sacco sparare e non smetterei mai, quindi datemi sempre ragione e non litigate mai con me;
13) Una serata in casa mia a Torino, passata a friggere panzerotti con uno sconosciuto.

E poi, per ultimo, voglio essere banale (finire con 13 porta male) e dico la salute.
Mia e quella dei miei cari, che è stata una cosa non proprio scontata in questo anno.

Quando c’è l’amore c’è tutto? No, chell’è ‘a salute!

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