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Questo (non) è un bilancio: niente buoni propositi per il 2021

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Basta bilanci, basta bilance (tanto vi siete messi in corpo questo mondo e l’altro, tra struffoli e roccocò).
Basta buoni propositi, che qui già stiamo in braccia a Cristo. A cosa sono mai serviti i buoni propositi nella vita? Mi ricordo di quando stavo alla magistrale e la mattina mi svegliavo dicendo “Oggi studio 100 pagine, le dispense e anche le note a piè di pagina e anche le memorie scritte dal professore in punto di morte”, oppure quando dopo aver preso l’Intercity Napoli-Torino, mi sono detta “Non lo farò mai più, nemmeno se scende l’anima di Màrquez con tutti i patriarchi e i generali nel labirinto. Piuttosto a piedi”. No davvero, non prendetelo mai l’Intercity per andare a Torino. A meno che non abbiate una vocazione naturale per il martirio, ma il tempo delle Passiones è finito da un bel pezzo.
Io li odio i buoni propositi. Cioè, non è che li odio. Non ci credo, che è diverso.
Perché tutto dovrebbe cambiare magicamente, con l’avanzamento di una cifra?
Ora non attaccherò col pippone che recita “Siamo noi a dover cambiare, ragazzi!” perché quello va da sé.
Quest’anno ha fatto allegramente defecare, per le ragioni che noi tutti conosciamo. Non mi dilungherò oltre, perché l’avrete letto in cento bilanci che oggi infarciscono l’Internet.
Io però oggi voglio provare a salvare qualcosa, come in quei giochi che facevamo da piccoli, ai compleanni, in mezzo alla Coca Cola e alle patatine del supermercato. Voglio provare a portare qualcosa in salvo, a non buttare tutto giù dalla torre; trovare il lato positivo, un esercizio di stile che mi fa capire due cose: sono diventata saggia, o semplicemente sono invecchiata.
Cerchiamo almeno di invecchiare bene!

Un certo Italo Calvino scriveva, nel suo libro “Le città invisibili”: L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Cosa è che ha reso questo inferno un po’ meno inferno? Provo a ricordarmene, e lo faccio tramite una lista.
La lista mi ricorda un po’ quando mia madre mi mandava a comprare la roba per fare il gateaux di patate, ma io oggi ho bisogno di tenere presenti tutti gli ingredienti.

1) La gita in barca nel golfo di Napoli, fatto a febbraio: quella settimana ero scesa da Torino. Quella è stata l’ultima volta in assoluto in cui ho vissuto la bellezza di Borgo Marinari senza mascherine, distanziamento e paura del prossimo. E non mi faceva schifo starmene allegramente scalza. Ora mi farei afferrare per pazza;
2) I pranzi a Torino con la mia amica Betty, a base di risotti, lasagne e roba che ci faceva ingrassare solo respirando. Le serate a scrivere testi per le consegne a mezzanotte spaccata, spesso con tanta birra in corpo, bestemmiando e imprecando; le passeggiate insieme al Balon a guardare giocattoli brutti e cianfrusaglie; quella volta in cui ordinammo il sushi burrito alle 16, dopo aver già mangiato a pranzo; la sensazione di aver trovato un’amica vera che è casa, in una città che casa non è; le nostre avventure bislacche in quella che ormai è diventata “La casa dei guaglioni”;
3) Il tramonto al Parco del Valentino, che è il posto più instagrammabile di Torino e in cui posso spararmi le migliori foto;
4) Ma nemmeno le cioccolaterie scherzano, eh;
5) La sensazione di libertà e cuore a mille quando, nel viaggio di ritorno, il FrecciaRossa o Italo oltrepassa Roma, corre, schizza, sfreccia e s’inizia a intravedere, piano piano, il Vesuvio;
6) Il sentirsi potenti e invincibili davanti a una pagina bianca di Word;
7) Il mare di Paestum, che è sempre emozionante (tranne quando ci trovi un assorbente o una scorza di anguria dentro);
8) Il sorriso delle mie sorelle e dei miei genitori, nonostante tutto; le serate passate a guardare “Natale in casa Cupiello” con mio padre;
9) Io e la mia amica Chiara che, da quando è venuta a trovarmi a Torino a febbraio, non s’è capito niente. Il suo arrivo ha fatto scoppiare una pandemia: vi prego, se avete lei come amica, mollatela subito;
10) Sempre riguardo Chiara (ormai io e lei siamo il mostro a due teste): uno dei ricordi più avventurosi del 2020 è stato quando siamo state a Salerno, a luglio, e lei si è sposata nel parco comunale con un tizio spuntato da dietro una panchina. Non sto scherzando, ho il video che testimonia la loro promessa d’amore (io li ho benedetti). Poi, non contente, siamo andate in un bar a festeggiare il matrimonio, cantando Maria Nazionale e traumatizzando il cameriere, a cui abbiamo detto di essere di Caserta (sì, stiamo molto bene, siamo amiche perché abbiamo la stessa testa di merda). Questo aneddoto è secondo solo alla serata in cui litigammo con un nano boss di quartiere, ma questa, amici miei, è un’altra storia e ora sto perdendo il filo, mannaggia;
11) Siamo già a undici? Ok, allora dico le pareti arancioni della Holden, che spero di rivedere al più presto e non solo nei miei sogni più arditi;
12) Quando ad agosto sono andata a sparare col fucile al poligono. Ho scoperto che mi piace un sacco sparare e non smetterei mai, quindi datemi sempre ragione e non litigate mai con me;
13) Una serata in casa mia a Torino, passata a friggere panzerotti con uno sconosciuto.

E poi, per ultimo, voglio essere banale (finire con 13 porta male) e dico la salute.
Mia e quella dei miei cari, che è stata una cosa non proprio scontata in questo anno.

Quando c’è l’amore c’è tutto? No, chell’è ‘a salute!

Nelle stanze di Marco Perillo: Napoli come genere letterario

Napoli e la Campania costituiscono un vero e proprio genere letterario.
Che vi piaccia o no, tutto il Sud Italia può fregiarsi, a pieno titolo, della definizione di continente letterario.
Presentare Marco Perillo sarebbe inutile e superfluo: lo fa benissimo da solo, in quest’intervista che ha deciso di concedermi.
Lo ringrazio per avermi dato la possibilità di visitare le sue stanze: possiamo trovarci i suoi maestri, la sua penna e certa polvere che esiste solo in alcuni vicoli, assieme allo sfarzo e alla gloria di Partenope.
Nelle sue ultime opere parla dei mille misteri di Napoli (“Le incredibili curiosità di Napoli”, edito da Newton Compton) e del fascino millenario di una città soglia (“Napùl”, nato da una crasi tra Napoli e Kabul, edito da Polidoro Editore.)
Ne è nata una chiacchierata, a tutto tondo, sulle suggestioni che questa città-mondo può ancora dare, sulla scrittura e sulle influenze letterarie.
Il modo migliore di conoscere Napoli e le sue ferite, è proprio scriverne.

1)    Chi è Marco Perillo e come si descriverebbe a una persona che non lo conosce

1) Un narratore. Uno a cui piace raccontare storie, in forme diverse. Sono un giornalista, da qualche anno mi onoro di lavorare per “Il Mattino”, il principale quotidiano della mia città, e nel tempo libero mi diletto a scrivere narrativa, saggistica – in passato anche poesie – focalizzando spesso l’attenzione su Napoli, una città-mondo in cui l’ispirazione non manca mai. Mi piace anche molto viaggiare e chiaramente leggere e collezionare libri. Cose che sembrerebbero d’altri tempi, forse dovute al fatto che provengo da un’antica famiglia nobiliare e che in casa mi sono ritrovato, un po’ come Leopardi, le biblioteche dei miei antenati. Certe passioni non nascono a caso. Devo dire che alle soglie dei quarant’anni mi sento un po’ come un sopravvissuto. In sospeso tra un mondo di prima cambiato troppo presto e un futuro di scarsi valori e di cancellazione del passato che mi preoccupa.

2)    Come hai scoperto l’amore per la scrittura?

2) Quando una sera, da adolescente, m’imbattei nella trasmissione “Totem” di Alessandro Baricco. Letture di libri, musica, teatro. Ne fui talmente affascinato; capii che quello doveva essere il mio mondo. E così iniziai a leggere i libri di Baricco e quelli suggeriti in quel programma. Da lì, nel tempo, ho provato anch’io a scrivere. Fin dal liceo producevo racconti, storielle varie e immaginavo romanzi. Non mi sono più fermato e nel 2014 ho pubblicato il mio primo romanzo “Phlegraios / L’ultimo segreto di San Paolo” con Rogiosi Editore, una sorta di thriller archeologico che ha avuto una gestazione pluridecennale. Un libro che mi ha fatto rompere il ghiaccio col mondo della scrittura, seguito poi da “Il sogno di Natale” per Polidoro editore, un racconto autobiografico sul presepe e sul periodo più magico dell’anno.

3)    Quanto ha inciso la tua città nella tua vocazione letteraria?

3) Più che nella vocazione letteraria ha inciso come fonte, come suggestione continua, come motivo d’ispirazione. Non è un caso che quando la Newton Compton mi ha affidato la scrittura di alcuni saggi sulla storia, le tradizioni, i misteri e le leggende di una città stratificata, complessa e ricca di storia come Napoli, avevo già molto materiale a disposizione accumulato in anni di ricerche e di passione. Sono nati così “Misteri e segreti dei quartieri di Napoli”, “101 perché sulla storia di Napoli”, “Storie segrete della storia di Napoli” e “I luoghi e i racconti più strani di Napoli”.

4)    Hai frequentato la Scuola Holden a Torino: come è stata la tua esperienza lì e qual è il tuo pensiero sulle scuole di scrittura in generale?

4) Sì, il fascino subìto da Baricco mi ha portato al sogno di frequentare il master in tecniche della narrazione lì. Sicuramente sono stati due anni che mi hanno portato a una maturazione e a una consapevolezza della scrittura e del mondo attorno a essa che altrimenti avrei fatto fatica a ottenere. Le scuole di scrittura sono importanti per misurarsi, confrontarsi, mettersi in discussione, in relazione. Ma alla fine la cosa più importante è trovare un proprio stile, una propria voce interiore e le proprie storie. Cercando il modo migliore per raccontarle, ovviamente.

5)    Parlaci un po’ della genesi e della gestazione dei tuoi libri: dove raccogli l’idea e quando capisci che ne vale la pena lavorarci?

5) L’idea spesso nasce da un fatto di cronaca o da cose che vedi per strada. Talvolta da esperienze personali, da persone che hai conosciuto e che ti hanno colpito. Dev’esserci sempre qualcosa di molto particolare affinché una storia valga la pena di essere raccontata. Una frattura, una ferita, uno scarto, una scoperta, un evento eclatante. Insomma, qualcosa che metta in moto l’azione. Se tutto questo c’è, in un amalgama che sa molto di alchimia, allora capisci che vale la pena lavorare a quella storia.

6)    Il tuo ultimo libro si chiama “Napùl”: quali sono state le tue influenze e cosa ti ha spinto a scriverlo?

6) “Napùl” è una raccolta di quindici racconti che si legge un po’ come un romanzo. Il titolo è una crasi tra “Napoli e Kabùl” e racconta di una metropoli contemporanea in guerra quotidiana. Una città-soglia in grado di scatenare le storie più disparate, che ci raccontano di un mondo in conflitto, quello degli ultimi vent’anni. Camorra, terrorismo internazionale, lotta per la sopravvivenza se si prende un bus oppure si va alla posta, babygang scatenate, vicini di casa pericolosi, sono queste le “ferite” della città che ho voluto affrontare, che sono un po’ le piaghe della contemporaneità in cui viviamo, di cui Napoli è certamente una grossa metafora.

7)    Quali sono, a tuo avviso, i requisiti per scrivere di Napoli senza sfociare nel “già detto”?

7) Occorre assumere un punto di vista diverso. Senza retorica, senza oleografia. La Capria sosteneva che Napoli per gli scrittori napoletani sia un po’ come una carta moschicida. Ci si può restare incollati e si rischia di non volare. Eppure lui stesso è l’esempio di come, partendo dalla città, si possa fare letteratura di alto livello. E non è un caso che Napoli sia stata negli ultimi anni al centro di romanzi di grande successo, penso per esempio a Maurizio De Giovanni. Occorre trovare storie nuove, esplorare territori vergini, magari soffermandosi sui particolari. E per fortuna Napoli, da questo punto di vista, offre spunti continui.

8)    Quali sono gli aspetti della tua città che ti colpiscono di più? Quelli di cui ami scrivere, spinto da un’esigenza insopprimibile?

8) Sicuramente quelli storici. Oltre duemila e cinquecento anni di esistenza non si possono ignorare. E conoscerli a fondo è fare un viaggio nella storia con la “s” maiuscola. Napoli è la Grecia antica, la Roma imperiale, la Costantinopoli bizantina, la Francia medievale, la Barcellona del rinascimento, la Spagna del secolo d’oro e la migliore Europa di Sette e Ottocento. Tutto ciò nasce dal fatto che fosse una grande capitale del passato, al livello di Londra e Parigi. Decaduta purtroppo. Ma forse è proprio per questo che è ancora più intrigante.

9)    Ci sono cose di cui non riesci a parlare?

9) Sicuramente uno scrittore non può parlare di tutto. Occorre che egli si soffermi sugli argomenti e sulle vicende che sente più proprie, per essere “vero”, credibile. Per cui sì, ci sono sicuramente cose di cui non riesco a parlare. Ma le evito per il motivo che ho spiegato.

10) Chiudiamo l’intervista con i tuoi libri su Napoli preferiti.

10) “Ferito a morte” di La Capria, “La morte della bellezza” di Patroni Griffi, “Il resto di niente” di Striano, “Montedidio” di Erri De Luca, “Fuoco su Napoli” di Ruggero Cappuccio, “La danza degli ardenti” di Schifano”, “Così parlò Bellavista” di De Crescenzo, “Leggende napoletane” della Serao. Ma anche tutti i racconti di Salvatore Di Giacomo, di Domenico Rea, di Giuseppe Marotta, di Andrej Longo, di Peppe Lanzetta e di altri autori vissuti all’ombra del Vesuvio a cui devo tanto. 

Una casa vuota in zona rossa, a Torino

La mia casa a Torino si trova a Porta Palazzo, una sorta di Forcella sotto le Alpi, ma senza venditori ambulanti di calzini a rate e senza nessuno che ti urla “Wè, bambola, un euro a piacere, ieri sò uscito da Poggioreale e ho tre figli piccoli!”
Io e Porta Palazzo ci siamo scelte.
Ci siamo scelte l’anno scorso, quando odiavo Torino e piangevo ogni sera al telefono.
Ci siamo scelte quando passavo il tempo ad appiccicare post-it sul muro, post-it pieni di countdown che mi separavano dal mio ritorno giù; ci siamo scelte, quando mi affacciavo a fumare sul balcone e sentivo qualcosa di familiare e selvatico nel modo in cui la gente urlava, nelle voci meticce e confuse, nella policromia di ogni cosa.
Sì, io e Porta Palazzo ci siamo scelte. Mi ha presa per i capelli l’anno scorso, quando ero solo un’orfana di Napoli, con le unghie smangiucchiate e la testa sempre altrove.
L’anno scorso non avrei mai potuto pensare “Porta Palazzo è casa mia, Torino è casa mia”; quest’anno, invece, mi sono ritrovata a pensarlo nei momenti più strani e disparati. Mentre mi insaponavo sotto la doccia, mentre preparavo l’insalata, mentre mi infilavo i collant, mentre compravo i biscotti.
Mentre rimandavo il momento di partire.


Sono salita qui a Torino il 30 agosto, oggi è l’8 di novembre. Non sono mai più scesa, sono qui da quasi due mesi e mezzo e ci sarei rimasta fino a Natale. Una tirata, come si suol dire.
Se solo non fosse stato per il lockdown.
Non sono scappata subito da Torino, come è successo per il primo lockdown di marzo. Sono ancora qui, e partirò martedì, per tornare alla mia residenza che è in Campania.
Quando il Piemonte è stato dichiarato zona rossa qualche giorno fa, ero troppo frastornata, non sono riuscita a organizzarmi velocemente e mi sono presa qualche giorno in più per respirare, fermarmi e confrontarmi coi miei limiti.
Ed eccomi qui: è da qualche giorno che sono in zona rossa, da sola.
In casa non c’è nessuno, e mi aggiro tra le stanze come se vedessi ogni oggetto, ogni quadro e ogni scaffale per la prima volta.
Addomesticare la propria solitudine è un’esperienza forte, perché richiede nervi saldi, specie se fuori c’è una pandemia. Una pandemia in una città che non è la tua.
Ho stretto un patto con questa casa vuota. Ci siamo dette “Ora ci siamo solo io e te, vediamo di andare d’accordo”, e ho cercato di rispettare ogni lettera di queste parole che mi sono tatuata addosso.
Una mia amica ha ribattezzato la mia casa di Torino in un modo particolare.
L’ha chiamata la casa dei guaglioni, come quella dell’Isola di Arturo di Elsa Morante, e io mi sono affezionata a questo nuovo nome. Certo che è davvero strano vedere la casa dei guaglioni così vuota e spoglia.
In questi mesi è stata piena di voci, urla, disavventure, facce nuove, pranzi e cene, fino ad assumere i contorni di un ostello grottesco. A volte mi sembra che la casa dei guaglioni pianga un po’, dai rubinetti e dallo scarico della doccia; in alcuni giorni, sorride e mi dice che ce la posso fare e che non ho bisogno di nessuno.
A volte credo che la casa dei guaglioni abbia proprio ragione. Poi mi affaccio al balcone, e la sigaretta non ha più lo stesso sapore, perché il quartiere di Porta Palazzo non grida e non bestemmia più, c’è solo un vuoto che mi fa pensare a quelle madri arrabbiate che ti puniscono con il loro silenzio e dopo vogliono lanciarti la ciabatta appresso.
Il mercato di Porta Palazzo non si fa più, il Balon nemmeno, e piano piano tutti i piccoli segnaposto che costellavano la Torino che m’ero disegnata, iniziano a cadere. Soffiati via, da un vento cattivo.

La casa dei guaglioni in zona rossa, è uno spettacolo che proprio non volevo vedere.
Le cianfrusaglie e il vociare di Porta Palazzo avevano riempito un vuoto del mio cuore che nemmeno sapevo di avere. Credevo che non ci fosse più spazio, nel mio corpo, per tipi di felicità diversi da quella a cui m’ero pazientemente abituata.
Col tempo, ho fatto spazio a questo quartiere, che ha saputo aspettarmi in un angolo, in attesa del momento in cui io avrei pronunciato il suo nome.
Quando sono tornata qui alla fine dell’estate, ero un pettirosso ferito. Ero piena di piume ovunque: mi svolazzavano tra la bocca e l’ombelico, le ingoiavo e non sapevo più sollevarmi da terra, figuriamoci volare.
Quando sono tornata qui alla fine dell’estate, mi mangiavo le unghie fino a farle sanguinare. Accidenti, dopo un anno di semipermanente e bestemmie, c’ero quasi riuscita. Ora le unghie me le mangio ancora, ma mi fermo prima che il sangue esca: una piccola vittoria di Pirro.
Oggi a Torino c’è il sole. Fuori, un silenzio che viene dal fondo del mare.

La casa è illuminata da quella penombra che ti fa capire che il pomeriggio sta morendo e si sta trasformando in sera; in cucina, ho messo a fare una tisana allo zenzero e al limone, perché ho sempre mal di gola e la mia ipocondria ogni tanto deve trovare il modo di farmi ricordare quanto sono stata ansiosa in passato e quanto mia cugina mi abbia trasferito tutti i suoi complessi (non dimentichiamo il complesso della congestione, ma questa è un’altra storia, ragazzi!)
Nella mia mente, scenari post apocalittici del viaggio in Frecciarossa che mi attende dopodomani: non mi entusiasma per niente l’idea di fare la traversata dell’Italia. Mi sento un po’ Annibale che deve attraversare le Alpi, ma dove cazzo sono i miei elefanti?

Per fortuna sono cresciuta in Campania, e dopo ogni emozione violenta arriva sempre la risata che mi salva.
Quella risata zingara e dissacratoria, che mi fa pensare “Wagliù, ma che ce ne fott!”
Questa è la penultima sera in zona rossa, nella mia amata casa dei guaglioni.
Se solo questa casa potesse parlare, no anzi, meno male che non può parlare.
Da inizio settembre fino ad oggi ha assistito, nell’ordine, a : scene di spionaggio, breakdown emotivi, fritture di melanzane moleste alle cinque del pomeriggio, ubriacature tristi che ti fanno rimpiangere anche il tizio brufoloso che ti piaceva alle medie, bottiglie di birra impilate come trofei di guerra, cene con orde barbariche di emeriti sconosciuti, tizi che ti leggono il futuro nel palmo di una mano, fiori di zucca fritti (ma perché sto nominando la frittura ogni due per tre?), intrighi amorosi degni di Centovetrine, due o tre mutande perdute in un buco nero che parte da Porta Palazzo e arriva a Chinatown o al Mercato della Duchesca a Napoli (che è un po’ la stessa cosa).

Io vado a vivermi questi ultimi due giorni di zona rossa.
Finché c’è rosso c’è speranza, l’importante è che non è nero perché, come si dice da me, più scura della mezzanotte non può venire.

Nelle stanze di Andrea Tomaselli: la narrazione del poliamore

#StanzeAltrui
Nella stanza di Andrea Tomaselli: “Bodies” e il racconto del poliamore

In questo spazio virtuale vi parlo delle stanze della mia vita, delle stanze delle città in cui ho vissuto e anche di quelle che hanno ospitato gli scrittori con cui mi sono formata (finora, vi ho parlato di Leopardi, di Pavese e della Allende, ma non è finita qui).
Sono convinta che non vi sia alcuna differenza tra letteratura e vita: questa è una delle mie poche, granitiche certezze.

Quando ho aperto questo blog, l’ho fatto perché spinta da un’esigenza: volevo uno spazio mio, che parlasse spudoratamente di me (qualcuno diceva che la scrittura è l’arte di farsi frugare nelle mutande dai lettori, e prima hai il coraggio di farlo, meglio è per tutti), che parlasse delle stanze della mia vita come correlativo oggettivo per disseminare indizi su di me.
Sì, volevo uno spazio che mi regalasse un grado di intimità e apertura maggiore, rispetto ai giornali con i quali collaboro da anni, uno spazio di libertà assoluta in cui poter essere me stessa, per essere Monica e basta.
Ho deciso di parlare delle mie stanze, e poi ho pensato alle #StanzeDInchiostro, quelle degli scrittori della mia vita. Perché senza i nostri maestri, noi non saremmo quello che siamo oggi.
Una sera di inizio estate, però, la mia mente ha iniziato a vorticare e ho pensato di aprire le stanze anche agli scrittori che, in un modo o nell’altro, ho conosciuto nelle varie città in cui ho vissuto.
Ho deciso di entrare nelle stanze degli scrittori che mi hanno insegnato qualcosa, per mostrarle a tutti voi.
Comincio con Andrea Tomaselli: qualsiasi presentazione relativa all’autore sarebbe superflua, perché è tutto contenuto nell’intervista; lui ha saputo raccontarsi e sviscerarsi senza risparmiarsi, e sarebbe un peccato sciupare tutto con una mia presentazione.
Il motivo per cui l’ho intervistato è stato il suo romanzo Bodies, che è una narrazione del poliamore, un tema di cui io sapevo poco e nulla, ma che mi ha sempre incuriosita.
Il suo romanzo parla di corpi, di sacralità del sesso e della sfera intima, esplorata in ogni sua sfaccettatura.

Andrea si definisce maieuta, e il suo libro è un modo per partorire se stessi e una visione diversa di sessualità, alternativa alla dicotomia occidentale secondo cui ogni cosa è cesura, dicotomia e rottura.
Ringrazio Andrea per avermi fatto leggere il suo romanzo, e per essere stato così disponibile.
Lui ha deciso di pubblicare con Bookabook: il primo obiettivo per la pubblicazione è stato ampiamente raggiunto e superato, per il secondo goal mancano pochissime copie.
Il link per pre-ordinare Bodies è questo: https://bookabook.it/libri/bodies/

Detto questo, adesso vi lascio con Andrea.
Buona lettura!

Andrea Tomaselli

Ciao Andrea, grazie per averci fatto entrare nelle tue stanze, e in quelle del tuo romanzo, “Bodies”. Iniziamo con una domanda generica: chi è Andrea Tomaselli e come si presenterebbe a chi non lo conosce?

Mi occupo di diverse cose (narrativa, cinema, poesia, docenza) ma sono, fondamentalmente, un maieuta. A volte si tratta di aiutare i miei allievi a partorire se stessi, altre volte si tratta di condurre fuori le storie, i mondi, le atmosfere emotive che mi abitano.

Come è nata l’ispirazione per scrivere questo romanzo?

Come capita quasi sempre con ciò che racconto, c’è un mix di autobiografia, di metanarrativa (in questo caso, per esempio il “Liolà” di Pirandello che mi ha ispirato per il personaggio di Neli) e una parte di What if?, una dinamica del mio pensiero che mi accompagna da sempre, quel vivere osservando la realtà seguendone i percorsi finché non arrivano a un particolare snodo dal quale in me si genera la curiosità di immaginare cosa accadrebbe se una porzione della realtà, anche piccola, mutasse in una direzione imprevista, antitetica o più mitemente collaterale.

Ammetto di essere molto “a digiuno” riguardo l’argomento poliamore, e leggere il tuo libro mi ha spalancato un mondo: quando ti sei avvicinato alla conoscenza di questo concetto o, se possiamo così definirla, “filosofia”?

Mi ci sono avvicinato in modo precoce. Già da piccolo non nutrivo alcuna gelosia rispetto ai miei giocattoli. E quando da giovane ho iniziato a leggere testi socialisti, comunisti, nasceva in me spontaneo il collegamento tra quelle teorie applicate in ambito socio-economico e il loro corrispettivo sentimentale. Trovavo assurdo il concetto di proprietà privata, sia che essa fosse applicata a un terreno, a un bosco, a un castello, sia che fosse applicata a una persona, a una moglie, a un fidanzato. È poi maturata negli anni una nostalgia dolorosa verso quelle forme di comunità allargate e fortemente consapevoli che erano gli Oglala nordamericani, gli Indios dell’ammazzonia, le tribù samoane; la loro filosofia olista mi portava inevitabilmente a mettere con le spalle al muro il pensiero occidentale, col suo dualismo, la sua compulsione a dividere.

Quanto è pronta l’Italia per l’accettazione del poliamore?

L’Occidente intero credo sia ancora lontano da un’accettazione di dinamiche poliamorose. Credo debba prima formarsi una narrazione del poliamore, una fenomenologia poliamorosa, un’educazione sentimentale a riguardo. Quando strumenti del genere saranno maturati, ecco che le persone potranno davvero scegliere, vagliare… per ora vivono la monogamia (con tutte le sue apparecchiature di tradimenti, frustrazioni, divorzi, violenze, solitudini) come atto obbligato, un dogma che non si arriva neanche a mettere in discussione. Ho letto, però, che qualche giorno fa a Somerville, nel Massachussets, la definizione di famiglia è stata legalmente allargata alle relazioni poliamorose: magari è un inizio…

Chiacchierando in giro, ho ravvisato un po’ di cliché sul poliamore: c’è qualche luogo comune che ritieni particolarmente dannoso e pericoloso?

Almeno due. Il primo è che se io sto con qualcuno e lo tradisco con qualcun altro allora sto vivendo una relazione poliamorosa. Quello è ‘fare di nascosto’ e non c’entra niente col poliamore (che presuppone un orizzonte etico di trasparenza all’interno del quale la gelosia, come la menzogna, sono attitudini da cui si sono liberati entrambi i soggetti della coppia). Il secondo stereotipo sul poliamore che mi offende è quello per cui se ami più persone è perché non ne ami una ‘veramente’, non ti sei mai ‘veramente’ innamorato, non conosci il ‘vero’ amore: non capisco perché non si faccia la stessa critica all’amore di un genitore per i suoi figli, o di un figlio per i suoi genitori. Perché si può essere poligenitori, polifigli, ma non poliamanti?

Nel tuo libro parli di certezze, ne parli spesso: quanto ha a che fare il poliamore con lo scardinamento di certezze prestabilite?

Molto. Al momento la monogamia è una componente fondamentale dello status quo; il poliamore, al contrario, è alternativa, diversità, minoranza, rivoluzione.
Il poliamore è una soluzione più complessa (che, attenzione, nulla ha a che fare con la complicatezza) e come ogni forma di complessità si fonda sulla ricerca, sull’accettazione di possibili fallimenti, sulla capacità creativa di reinventarsi, su una disposizione a passare da una sofferenza acuta per trovare un equilibrio più armonico, piuttosto che accontentarsi di un’apatia anestetizzante, di una muta sopportazione, di un rifugio dentro al quale rimandare le problematiche esistenziali, relazionali e di conseguenza sociali.

Nel libro scrivi che il tuo protagonista pensa che i corpi siano innocenti, nonostante la corruzione e ciò che li attraversa: che cosa intende con questa frase?

Neli parla del contrasto tra l’innocenza dei corpi e la corruzione dell’essere. C’è una pace nella materia di cui siamo fatti, e di cui è fatto il mondo, che spesso entra in conflitto con ciò che ‘facciamo’ noi. I nostri corpi sono creature della natura, mentre i modi che noi scegliamo per relazionarci, per organizzarci in nuclei familiari, in società, sono creature che non si trovano in natura, che creiamo noi, e l’Occidente sembra essersi appassionato al macabro gioco consistente nel dare vita a relazioni umane corrotte, a tratti aberranti, che vanno dalle banalissime infelicità familiari a vita, ai più esotici stermini di massa. La natura ci ha dotato, per esempio, di armi, quali le unghie e i denti, ma nessuna di queste armi ‘naturali’ può raggiungere l’aberrazione di una mitragliatrice, o di una delle macchine di tortura create dalla Santa Inquisizione.
Esistono, nei nostri stessi corpi, esempi naturali di decenza, di limite, anche rispetto al male che ci è concesso fare, che noi abbiamo ripetutamente violato col nostro, storico, modo di essere.

Ti sei ispirato a persone che conosci nella vita reale, per delineare i personaggi del libro?

Anche. Compresi i ‘me’ che mi abitano. Io sono una persona decisamente affollata. Se questo è un problema non da poco nella vita reale, nella verità dei miei racconti si trasforma in un significativo vantaggio.

Spesso scrivi che il sesso non è solo sesso, ma è soprattutto altro: puoi chiarirci questo concetto?

Quando il sesso è fatto bene, e quindi quando non è né strumentalizzato né espressione di egoismo fine a se stesso, ti regala un privilegio rarissimo: per un tempo, difficilmente quantificabile nel percepito, ti dimentichi di te stesso, ti dimentichi della tua contingenza esistenziale. Come la meditazione (che però richiede un impegno corposo e costante) e le droghe (che hanno l’indubbio svantaggio di ucciderti o, nel migliore dei casi, menomarti), il sesso ti libera dai tuoi limiti, ti collega all’alterità, al tutto, al sempre.
È una dose di infinito.

Una frase molto bella è “Non esiste normale. Esiste frustrato, esiste amputato, esiste addomesticato. Se sei libero qui”, aggiunsi indicandomi la testa, “allora il sesso è sempre diverso. Non c’è normale”. Mi ha ricordato la celebre intervista di Pasolini a Ungaretti, quella sul concetto di “normalità”.

L’etimologia di ‘normalità’ ha a che fare con qualcosa che rientra nella norma, ovvero che rientra in una media matematica. Si fa un errore che è quasi un orrore nello scambiare questa media per una virtù, o ancora peggio per una verità. Se noi arrivassimo in un luogo della Terra che non è mai stato visitato e lì scoprissimo una tribù che mangia i propri secondogeniti ecco che ci troveremmo di fronte a una media matematica terribile: il 100% degli adulti di quella tribù parteciperebbe al macabro banchetto.
Mangiare i propri secondogeniti in quella tribù sarebbe normale, ma nessuno di noi farebbe l’errore di ritenerlo giusto, o vero. È più difficile preservare la stessa lucidità quando dobbiamo giudicare la nostra norma. La ‘nostra’ normalità è sempre quella più pericolosa, proprio in quanto ci appartiene, ed è dunque quella che più di qualsiasi altra dobbiamo continuamente interrogare, vagliare, mettere in discussione.

Cosa ne pensi della gelosia?

Io lo trovo un sentimento immaturo. Tipico dell’infanzia, ovvero di quella fase della tua vita in cui ti sei appena separato da una condizione biologica di simbiosi e fai quindi fatica a riconoscere l’altro, a lasciare che l’altra parte della tua simbiosi, tua madre, abbia una propria vita diversa dalla tua. È accettabile fino a una certa età, finché non hai metabolizzato la separazione. Poi diventa patologico. Non si può parlare di rispetto, di democrazia, di diritto alla libertà, se poi, nella nostra vita privata, riteniamo giusto che una persona sia ‘nostra’, che noi siamo di qualcun altro, che un individuo possa condizionare, limitare, la vita di un altro. Dobbiamo rivendicare il nostro diritto a essere liberi e rispettare che gli altri godano del medesimo diritto, accettando che la gelosia fa parte del nostro passato di individui, che lasciarselo alle spalle è un presupposto fondamentale per crescere.

Quali obiettivi ti sei proposto di raggiungere con questo libro? E quali ti renderebbero più felice?

L’obiettivo è condividere, e quindi essere letto. Ciò che mi renderebbe fiero sarebbe contribuire, con ‘Bodies’, alla sensibilizzazione sulle possibilità altre di amare, alla messa in crisi di dinamiche vetuste che ormai generano molta più sofferenza e frustrazione di quanto benessere comportino.

Parlaci del metodo di pubblicazione che hai scelto: come ti sei trovato?

Non mi sento particolarmente in linea con l’establishment culturale di questo paese. Non perché io abbia problemi col potere. Mi piacerebbe sentirmi in linea coi poteri culturali italiani, e spero che in un tempo non troppo lontano questo possa accadere. Ma se penso agli ultimi vent’anni, ai romanzi, ai film, alla musica, che questo paese ha espresso non riesco che a identificarmi con rarissime eccezioni, e per lo più underground. È quindi normale per me confluire in vie di pubblicazione alternative. Questa di Booabook rappresenta un valida alternativa a quello che credo sia il problema attuale del nostro paese, ovvero il fatto che abbiamo gli autori e abbiamo un pubblico pronto ad ascoltarli, ma la classe degli operatori culturali si è ripiegata su se stessa, perdendo contatto con gli autori e i lettori che non rientravano in quello strettissimo orizzonte culturale in cui essa era rimasta schiacciata. Bookabook rimette i lettori al centro, e di conseguenza gli autori, riallaccia direttamente la comunicazione con entrambi, in un atto di fiducia che io trovo fondamentale per una rinascita culturale del paese.

Infine, chiudiamo con i progetti futuri.

Come ti dicevo all’inizio, mi occupo di diverse cose, e diversi sono i progetti: c’è un film che ha un’anima ecologista e il corpo di una storia d’amore, un libro di poesie che sono preghiere, un romanzo autobiografico da riprendere in mano e uno, su una comunità, da iniziare. Ma la verità è che a qualunque di questi progetti lavorerò, qualunque di essi porterò a termine, io sono un maieuta: aiuterò a nascere.

 

Nella stanza di Isabel Allende, tra sesso e amore

Nella stanza di Isabel Allende: il sesso e l’amore come rituali di iniziazione

“La mia vita sessuale è iniziata presto, più o meno a cinque anni, all’asilo delle suore Orsoline a Santiago del Cile”.
Così inizia una delle ultime fatiche letterarie della scrittrice Isabel Allende, “Amore” che decide di coinvolgere i propri lettori in un compendio delle sue pagine più belle, quelle più sofferte e cariche di erotismo.

In una rassegna variegata dei romanzi che l’hanno consacrata a regina indiscussa del realismo sudamericano femminile, l’Allende ci consegna ampi stralci di pura bellezza letteraria e descrizioni superbe di attimi ed echi, utilizzando la solita dovizia di particolari che l’ha sempre contraddistinta.
Carne, amore, sangue e fremiti si mescolano e si scindono con sapienza nel mosaico delle pagine tratte dai vari romanzi, dal celeberrimo “La casa degli Spiriti” fino a “Eva Luna”, passando per “Ritratto in Seppia” e con un occhio di riguardo ad “Inès dell’anima mia”.

 

Isabel Allende

Se potessimo spiare la stanza di Isabel Allende ed entrarci, in punta di piedi, ci troveremmo senz’altro lettere sbiadite, scheletri di vecchie conchiglie, boccette di inchiostro e unguenti profumati.
Avrebbe l’odore del Sudamerica, quello che si sprigiona in modo ancora più intimo nel libro “Amore”, una summa affettiva della Allende.
Le scene del libro sono familiari agli occhi di un lettore affezionato ai romanzi di Isabel Allende, ma anche per un neofita risulterebbe facile emozionarsi e sussultare, lasciandosi coinvolgere dalla fiumana di carica esistenziale che emerge dalle pagine scelte dall’autrice: storie di amori contrastati o nati in battaglia, durante la conquista del Cile, come quello tra Inès e il conquistador Pedro de Valdivia, oppure storie vicine all’incesto, ma stemperate dalla delicatezza dell’Allende che riesce a renderle tenui e delicate, come la storia della “Bimba perversa”: “a undici anni Elena Mejìas era ancora un cucciolo denutrito, con la pelle opaca dei bambini solitari, la bocca che mostrava qualche vuoto di dentizione tardiva, i capelli color topo e uno scheletro visibile che pareva troppo contundente per la sua taglia e minacciava di sbucar fuori dalle ginocchia e dai gomiti. Nulla nel suo aspetto tradiva i suoi sogni torridi o annunciava la creatura appassionata che in realtà era. Passava inavvertita tra i mobili ordinari e le tende stinte della pensione di sua madre. Era solo una gatta malinconica che giocava tra i gerani polverosi e le grandi felci del patio o transitava tra il focolare della cucina e i tavoli della sala da pranzo con i piatti della cena”.

Ma anche storie di gelosie, di attrazioni morbose, ossessioni latenti, follie consumate nelle notti sudamericane, intrecci di amore e morte, povertà e iniziazioni. Sì, iniziazioni nel puro stile magia realistico che sublima la realtà elevandola ad un maggior grado di astrattezza, sezionandola in mille pennellate tribali che sanno di antichità, sesso e magia, quasi a rendere labilissimi i confini che la separano da una dimensione onirica e fluttuante.

Le storie di Isabel Allende, tra realtà onirica e vita

E Isabel Allende ha sempre saputo tenuto saldamente tra le proprie mani quei confini, spostandoli a proprio piacimento e ricamandoci storie preziose e intessute di corpi, sudore acre ed ampi respiri, spesso inserendo nelle sue storie frammenti della propria esperienza autobiografica. Non è un caso che anche in questo suo ultimo libro, “Amore”, prima di procedere alla narrazione, ci siano ampi excursus sulle esperienze di questa donna, che nella giostra vorticosa della sua vita, dettata soprattutto dalla dittatura del generale Pinochet in Cile, ha conciliato il proprio risveglio di femmina latina con quello della Storia, che pur si stava risvegliando in tutta la propria crudezza. Vi è quindi la scansione tra le varie fasi dell’iniziazione dell’Allende stessa, dall’infanzia, all’adolescenza, fino alla maternità e all’episodio orribile della morte della figlia Paula (la Paula cui dedica un suo romanzo).

Isabel Allende e quelle parole di una madre per dire addio a una ...

La commistione delle esperienze amorose della scrittrice, miscelata alla propria scrittura e alle proprie letture non è mai banale, è sempre carica emotivamente, sempre struggente e dai toni primordiali, con uno stile che non è mai scontato, ma che attinge sempre nuova linfa vitale dall’Amore stesso, che, in tutte le sue sfumature, è celebrato come unica ragione e come unico Auctor di tutto il vissuto e la scrittura dell’Allende: amore platonico, malato, disturbato, ossessivo e sessuale.

Paula. Amore e memoria in Isabel Allende - laCOOLtura

“Il mistero della sessualità si è risvegliato per me a otto anni, grazie ad un episodio che ho raccontato nel mio primo libro di memorie. Quell’avventura dell’infanzia sarebbe potuta sfociare in violenza carnale, ma così non fu, e si concluse con un crimine che sicuramente non aveva relazione con quanto era successo; tuttavia nella mia anima questi due avvenimenti rimarranno sempre legati.  Un pescatore mi trovò sulla spiaggia, mi diede da mangiare un riccio di mare e poi mi portò nel bosco dove mi accarezzò; poco dopo venne ucciso in una rissa. Sessanta anni dopo per me continuano a essere inseparabili il sesso di un uomo e il sapore di iodio e salsedine del riccio di mare; questo è il genere di ossessioni che la gente supera con la psicanalisi, ma io preferisco esorcizzare i miei demoni con la scrittura”.

 

Nelle stanze di Cesare Pavese: La Bella Estate

Il 24 giugno 1950 Cesare Pavese vince il Premio Strega con il libro “La Bella Estate”.

La reazione di Cesare Pavese quando vinse il Premio Strega | Blog ...

(immagine: sulromanzo.it)

«A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte, e tutto era bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che succedesse qualcosa, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare fino ai prati e fin dietro le colline.»
(La Bella Estate, Cesare Pavese)

Il 24 giugno 1950 Cesare Pavese vinse il Premio Strega con “La Bella Estate”, una storia dolente e malinconica, ambientata nella Torino anni ’40: lo stesso Pavese definì  il libro come “la storia di una verginità che si difende”.
Io odio l’estate: è la stagione che più mi rende triste; una malattia che ho fin da quando sono piccola.
Vivo al Sud, e l’estate dovrebbe essere uno stato d’animo, un modus vivendi da portare con me, come un amuleto o un talismano da strofinare all’occorrenza: l’estate che piace a me, non ha nulla a che vedere con le spiagge affollate, i bagni di gente, la movida (per sentirmi più vicina allo slang di De Luca), ma ha molto a che vedere con le lenzuola bianche, stese ad asciugare sulle cordicelle, col modo in cui il vento delle tre del pomeriggio le fa gonfiare, rendendole colombe dal petto imponente.
Ha molto a che vedere con i campi del Cilento, inondati da un sole assassino, che ti fa scendere la pressione sotto le scarpe e ti rimette anche al mondo; ha a che vedere con le spighe di grano, mature e gialle come il peccato; ma anche con le conchiglie violacee di Paestum, che decorano il bagnasciuga come perline disseminate su una camicetta trasparente.
Quelle conchiglie che raccogli alle otto di sera, quando tutti stanno andando via, e tu rimani a sentire il respiro stanco del mare, che a quell’ora è caldo come l’alito di un animale.
Credo che sia questo uno dei motivi per cui amo Pavese: l’ho sempre sentito consanguineo, in questa mia idea di estate, l’unica che riesco a tollerare.

1950 Cesare Pavese | Premio Strega 2020

(immagine: premiostrega.it)

Come sarebbe la stanza di Pavese?

Io la immagino un po’ come la mia.
Conosco l’amore di Pavese per la classicità (ai tempi dell’università ho divorato i Dialoghi con Leucò, che per me rimangono uno degli esempi più riusciti di riscrittura della mitologia, insieme alle opere di Sarah Kane, autrice che vi consiglio di leggere, se non la conoscete!)
Immagino la sua stanza a Torino, con delle mensole ordinate, una scrivania di legno di noce e degli scaffali pieni di classici.
Nella stanza, un mondo fatto di Odisseo, Circe, Calipso, Leucotea e altre ninfe della sua memoria.
Immagino un letto, molto modesto, pronto per accogliere i suoi sogni violenti, ambientati a Santo Stefano Belbo, il paesino delle Langhe che lo generò.
Immagino una finestra, da cui ammirare i palazzi stile liberty e i viali ricchi di foglie arancioni, un lampione vicino al suo balcone e un pezzo di luna che non lo lascia mai da solo, una luna sempre presente come la morte pronta a indossare gli occhi di qualcun altro.
E poi, sul pavimento, una zolla di terriccio, presa dalle sue campagne e portata in città.
Sì, uno lembo di terra sradicato e poggiato direttamente sulle piastrelle della sua stanza, perché la terra è sempre stata l’ossessione delle poesie di Pavese. E anche la sua crisi.

La crisi di Pavese e la terra, la sua ossessione

 

Cesare Pavese - Wikipedia

(immagine: fondazionecesarepavese.it)

La crisi di Pavese è uno dei pilastri su cui si regge tutto il suo corpus poetico.
Tale crisi contaminò anche il rapporto amoroso con l’attrice americana Costance Dowling, musa della sua ultima raccolta di versi Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Il 2 novembre venne pubblicato il trittico La Bella Estate, comprendente l’eponimo del 1940, Il diavolo sulle colline del 1948 e Tre Donne Sole del 1949; la sua ultima opera, La luna e i falò vide la luce nel 1950.
Nell’estate del 1950 conobbe in Liguria Romilda Bollati, la diciottenne Pierina dei suoi manoscritti, a cui scriverà: Ti voglio bene, Pierina, ti voglio un falò di bene. Chiamiamolo l’ultimo guizzo della candela. Non so se ci vedremo ancora. Io lo vorrei – in fondo non voglio che questo – ma mi chiedo sovente che cosa ti consiglierei se fossi tuo fratello. Purtroppo non lo sono. Amore.
La depressione stava ormai consumando la scorza e il nucleo del poeta, in un processo di corrosione iniziato fin dall’infanzia e germogliato per tutta la vita, cancro incurabile e alito di morte proprio al centro dello stomaco. A nulla valse neppure il Premio Strega del 1950, perché Cesare aveva scelto la terra.
Aveva scelto di tornare alla terra scura, la terra brumosa, sperando di ritrovare quella bella estate che in vita non gli era stata concessa, o di imparare a sorridere come gli dei in un’altra vita.
In un albergo di Piazza Carlo Felice a Torino, dopo aver scritto sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi” ingerì svariate bustine di sonnifero e si addormentò come tutti i mortali su un letto che non era suo.

Lavorare stanca?

(immagine: ilsussidiario.net)

La terra è l’ossessione delle sue liriche: la terra delle campagne delle Langhe , la terra calpestata, la terra dell’infanzia, del mito e quella a cui approdare alla fine della vita. La terra non è solo un agglomerato di granelli di polvere, ma è impasto essenziale con cui modellare e far ramificare tutte le tematiche della sue opere, perché di terra, vita, nostalgia, disperazione, speranza, morte e destino sono rivestite le sue pagine, sia di prosa che di poesia.
Vorrei condividere con voi questa sua lirica, a cui sono molto affezionata per motivi personali, e farne un breve commento.

Di salmastro e di terra
è il tuo sguardo. Un giorno
hai stillato di mare.
Ci sono state piante
al tuo fianco, calde,
sanno ancora di te.
L’agave e l’oleandro.
Tutto chiudi negli occhi.
Di salmastro e di terra
hai le vene, il fiato.

Bava di vento caldo,
ombre di solleone −
tutto chiudi in te.
Sei la voce roca
della campagna, il grido
della quaglia nascosta,
il tepore del sasso.
La campagna è fatica,
la campagna è dolore
Con la notte il gesto
del contadino tace.
Sei la grande fatica
e la notte che sazia.
Come la roccia e l’erba,
come terra, sei chiusa;
ti sbatti come il mare.
La parola non c’è
che ti può possedere
o fermare. Cogli
come la terra gli urti,
e ne fai vita, fiato
che carezza, silenzio.
Sei riarsa come il mare,
come un frutto di scoglio,
e non dici parole
e nessuno ti parla.
Cesare Pavese
[15 novembre 1945]

Questa lirica ha quasi un sapore minerale, sembra di assaporare il gusto ancestrale della terra sulla propria lingua. La musicalità dei primi versi sembra quasi ricordare i toni della lirica Meriggio di D’Annunzio (di cui Pavese è stato un assiduo lettore adolescenziale), presenti nella trasformazione della deuteragonista in creatura salmastra che nasce dal mare e si lascia modellare dalle onde e dalle salsedine.
Questa figlia dell’aria e del vento potrebbe essere una delle donne di Pavese, sublimata in creatura catartica e plasmata dagli agenti atmosferici.
Pavese ha rivelato di leggere i suoi versi mugolando, per imprimere loro ritmo e
musicalità: l’agave, l’oleandro, le vene e il fiato dei versi successivi creano una musica suggestiva e flessuosa, che nasce dalla natura e si esaurisce nel corpo dell’amata.

La campagna ritorna, a sottolineare quel filo mai reciso con la propria infanzia, teatro del mito.
I campi sono fatica, sangue, sudore e nocche spaccate, e Pavese con i suoi versi costruisce il miglior altare per celebrare una campagna arcaica e piena di sapori ancestrali: il gusto primordiale della campagna ci conduce ad ascoltare la voce roca di una donna che percorre tutti i versi della lirica, voce che svela il mistero della quaglia nascosta e del tepore del sasso.
Cesare ha sempre parlato della voce rauca di Tina Prizzardo, e ciò potrebbe essere un indizio per leggere un cenno autobiografico tra le righe di questa poesia.
Tina è la grande fatica della campagna, come se l’autore trasfigurasse il corpo femminile nella carnosità fertile del campo coltivato e del grano: lei è la notte che sazia.
La protagonista della poesia viene poi paragonata alla roccia, per la sua durezza e chiusura.
Che fine ha fatto il salmastro dello sguardo all’inizio della poesia? Dov’è il sale, dov’è la terra? L’eterno
ritorno è la costante della lirica, perché ogni cosa ritorna, bussa, sbatte e muore nel corpo della donna, che tutto trattiene in sé per riconsegnarlo, mutato di significato, al poeta.
La lirica si chiude con la metamorfosi della donna in frutto di scoglio, a significare l’eterna incomunicabilità con una controparte che contiene l’universo nel suo grembo e che rappresenta la natura e la vita nella loro essenza più cruda e sorda.
Pavese si congeda con l’ultima immagine della donna che non dice parole.
E nessuno le parla.
Questa fine ricorda la conclusione di un’altra delle sue liriche più famose, che termina con un “Tu tremi nell’estate”.
Non è solo la pelle della donna che trema nell’estate, ma tutto il sistema lirico di Pavese.
Ciò che rende il sorriso dei mortali così diverso da quello degli dei è il ricordo che portano con sé e quello che lasciano, perché gli dei non conoscono ricordo, sangue, terra e nostalgia: Pavese lo ha scritto su uno dei suoi biglietti prima di scivolare verso la terra bruna.
E se la poesia ha un senso, è proprio quello di addomesticare i nostri ricordi per regalarci l’illusione di riuscire a sorridere come chi non conosce la morte.
Come Calipso che accarezza la testa ad Odisseo per l’ultima volta.
E anche quella di Pavese.

Nelle stanze di Leopardi: Le Ricordanze

Com’era la stanza di Giacomo Leopardi? Cosa guardava dalla sua finestra?

Recanati, L'Infinito di Leopardi ha emozionato 26mila visitatori ...Inauguro un nuovo filone di questo mio progetto.
Dato che qui si parla di stanze, ho deciso di lanciare una specie di rubrica: voglio parlare delle stanze dei grandi autori della mia vita; immaginarle, rievocarle e, perché no, anche inventarle.
Questo progetto mi fa stare bene proprio perché mi consente di essere libera e un po’ diversa rispetto ai vari articoli che scrivo per i giornali con cui collaboro: le stanze sono il correlativo oggettivo attraverso cui voglio parlare di letteratura, di creatività e di me stessa, ma a modo mio.
Voglio farlo senza vincoli e gabbie, cercando di entrare anche un po’ nelle vostre, di stanze: perché la letteratura è vita vissuta, parla di tutti noi e va respirata in tutti i sensi, non dimenticata su uno scaffale ad aspettare che la polvere biblica la ricopra.
Ho sempre avuto il vizio di confondere la mia vita con la letteratura, di mescolare le suggestioni dei grandi autori alla mia quotidianità, fin da bambina, e stamattina mi sono svegliata pensando a Leopardi.
Sì, perché il 14 giugno 1837  Giacomo Leopardi è morto, a Napoli tra l’altro.

Non fatemi mai leggere Giacomino Mainagioia Leopardi!

Potrei diventare una talebana integralista se sentissi qualcuno rivolgersi a Leopardi con l’appellativo “Giacomino Mainagioia”!
Ok, faccio coming out: ho sempre odiato visceralmente il Mainagioia, ancor di più se applicato a una personalità come quella di Leopardi.
Ho sempre odiato le banalizzazioni, i cliché e gli stereotipi che aleggiano sulla memoria di alcuni grandi autori, perché ne svalutano terribilmente i contenuti e non consentono di cogliere davvero la realtà delle loro opere. E Leopardi, in questo, è uno dei grandi martiri italiani.

Vi sfido a fare un gioco: parlate a dieci vostri conoscenti di Leopardi, e tutti vi diranno che era un poeta pessimista, e i più drastici diranno pure che era “depresso”.
I più simpatici, invece, vi diranno che era uno “sfigato” e i buontemponi aggiungeranno che “avrebbe dovuto uscire a vivere e toccare le femmine” (citando, invano e grossolanamente, Massimo Troisi).
Quello che non tutti sanno (non lo sanno nemmeno alcuni laureati in Lettere) è che Leopardi usa soltanto una volta la parola pessimismo, nello Zibaldone, e lo fa anche con accezione negativa.
Il pessimismo di Leopardi andrebbe in realtà ricondotto a quattro sue fasi di pensiero e poetica, che hanno un solido sistema filosofico alla base: individuale, storico, cosmico e, infine, eroico.
Il vero problema su cui bisogna interrogarsi, è che Leopardi è una delle grande vittime della critica letteraria, che con la sua falce tende a pareggiare e livellare ogni tensione dialettica, e a riconsegnare ai posteri soltanto una versione parziale: sarebbe molto più funzionale concentrarsi su una riscoperta dei testi, farli esprimere e parlare come se fossero organismi di carne e sangue, esplorarli in quanto corpi compiuti e finiti.
Ogni lirica leopardiana è un distillato di filosofia, morale e metrica: non sono soltanto i suoi endecasillabi e i suoi settenari a parlarci, ma tutta la vita pulsante che si agita attraverso la filigrana dell’inchiostro.
Leopardi è uno degli autori che merita un ripensamento radicale, una riscoperta di manoscritti e anche una luce nuova, per leggere e decifrare correttamente anche la sua vita.

La stanza di Giacomo Leopardi

Nella poesia “Le Ricordanze”; scritta nel 1829, Leopardi si riferisce alla sua stanza con il verso “Ove abitai fanciullo”.

Camera da letto di Giacomo Leopardi – Nel giardino dell'Infinito ...

(camera da letto di Leopardi, fonte: agiacomoleopardi.wordpress.com)

Io non sono mai stata a Recanati, a visitare i luoghi che hanno i natali al “giovane favoloso”.
Sono però stata sulla sua tomba, al Parco Vergiliano: è lì, sepolto assieme a Virgilio, il mio autore latino preferito; sapere che Leopardi riposa lì, tra le ginestre e di fronte al Vesevo, è un’emozione grandissima.
Così come lo è sapere che, al suo fianco, c’è proprio quel Virgilio che ha accompagnato Dante nel suo viaggio oltremondano.
Certo, non ho visitato la casa che ha accolto il primo vagito di Leopardi, ma sono stata nel suo luogo di morte: morire a Napoli è un lusso estremo, il degno coronamento di una vita che è durata solo trentanove anni ma che ha saputo incarnare tutte le contraddizioni del mondo.
Una delle giornate più belle della mia vita, forse era aprile 2014, l’ho trascorsa proprio al Parco Vergiliano a Piedigrotta: ero con il mio migliore amico, e quel giorno siamo arrivati a piedi fino alla stazione di Mergellina.
Poi da lì abbiamo imboccato quella galleria che conduce al Parco Vergiliano (da non confondere con il Parco Virgiliano a Posillipo, sono due cose diverse, attenzione! A Napoli, anche una lettera fa la differenza).
Di quel giorno, ricordo che c’era un sole scandaloso, quasi assassino.
Io avevo un vestito sui toni del beige, mi faceva un caldo immondo ed ero sfinita dalla salita che avevamo dovuto fare.
Ero ancora agli inizi della triennale e avevo da poco sostenuto l’esame di Letteratura Italiana II, quello che andava dal ‘500 alla fine dell’800 (Leopardi era ampiamente compreso) e mi accingevo a studiare per il mostruoso esame di Latino I, che comprendeva migliaia (lo giuro) di versi da tradurre e scandire metricamente. Virgilio, ovviamente, era il protagonista, col suo meraviglioso esametro.
Ricordo che quel giorno abbracciai il busto di Virgilio, chiedendogli di portarmi fortuna all’esame (visti i tempi che corrono, se qualcuno si azzardasse a buttare giù la statua di Virgilio, potrei buttare io giù lui!)
La tomba di Leopardi, quel giorno, era bianca e monumentale, e non mi dava un senso di morte e desolazione: il sole di Mergellina che si posava sul marmo, le conferiva un senso di misteriosa bellezza.
Era come se lo spirito di Leopardi, con tutto il suo bisogno di fuoco, amore e affetto, aleggiasse nell’aria, e dialogasse con me e il mio amico, che è stato per anni una delle persone più importanti della mia vita.
Se penso a quella giornata, provo una strana malinconia blu, che si deposita sulla bocca dello stomaco e mi fa respirare quasi con l’affanno: quel giorno tutto era azzurro.
Il cielo era di un turchese crudele come solo il cielo di Napoli sa essere, intorno a noi il polline ci faceva starnutire e l’erba dei muri mi pizzicava in gola.
Anche quel giorno, credo di aver immaginato la stanza di Leopardi.
Io mi figuro la sua finestra, una cornice spalancata sul mondo e sull’abisso: mi sembra di vedere il poeta tremare mentre osserva le vaghe stelle dell’Orsa, immortalate nella sua poesia “Le Ricordanze”.
Immagino la sua biblioteca, il suo scrittoio, le pareti sobrie e spoglie della sua stanza.
Immagino anche i pavimenti costellati di ciottoli, così come voleva il padre, il conte Monaldo.
Immagino i suoi classici latini, greci ed ebraici, le sue traduzioni ordinate e riposte con rigore scrupoloso, immagino le prime bozze delle Operette Morali e anche tutti gli Idilli, piccoli e grandi.
Lo immagino in vestaglia, a scrutare il cielo come se le costellazioni fossero stemmi filologici, archetipi da sciogliere, codici da tramandare; immagino il suo letto, dove giaceva a riposarsi, con la sua malformazione alla colonna vertebrale che non gli dava tregua.
Immagino i colori della stanza: che colore piaceva a Leopardi? Per lui immagino il bianco, l’ocra e anche il rosso antico.
No, non immagino il nero.
Immagino anche la sua stanza a Napoli, assieme all’amico fraterno Antonio Ranieri: lo immagino mangiare gelati a Piazza del Plebiscito, divertirsi con i napoletani che gli toccavano la gobba e sorridere guardando il lungomare di Mergellina, di quel sorriso che hanno soltanto le statue e gli uomini che conoscono la propria mortalità.
Immagino la stanza in cui ha composto La Ginestra, lo immagino guardare il Vesuvio e pensare alla “social catena”, al fiore che china il capo.
E poi lo immagino mangiare confetti, di cui lui era ghiotto. E che, forse, hanno contribuito alla sua morte.

E, infine, mi piace pensare che lui si sia sentito un po’ come me: anche lui ha conosciuto un’amicizia speciale, anche lui è stato felice sotto quello stesso cielo crudele, che ci ha dato e tolto qualcosa allo stesso tempo.
Non lo immagino morto. Perché Leopardi ora è a Napoli, e lì la morte non esiste, perché è amica, sorella e compagna di tutti fin dalla nascita.
Allo stesso modo della vita. E forse, anche di più.

Parco Vergiliano a Napoli: storia, orari, come arrivare | Napolike

(tomba di Leopardi: fonte napolike.it)

Chissà come sta la mia stanza a Torino

Voi non ve lo chiedete mai come stanno i vostri luoghi senza di voi?

Cara stanzetta torinese,
più passano i giorni e meno ti sento mia.
Ma io e te abbiamo davvero vissuto insieme, dormito insieme e condiviso quella solitudine dorata che solo una città come Torino può regalarti?
Ci sono giorni in cui mi convinco quasi di essermelo sognata!
Sto dimenticando lentamente la tua fisionomia e i tuoi contorni: ricordo che c’era un lettone matrimoniale, che sembrava un vascello immerso nel blu oltremare della stanza, e quando mi svegliavo la mattina, mi sembrava di riemergere da un sonno placido come quello dei pesci.
In tutte le case in cui ho vissuto a Napoli, ho sempre cercato il lettone matrimoniale ma non sono mai riuscita a trovarlo: i proprietari non volevano metterlo oppure non c’era abbastanza spazio.
Sai, cara stanza torinese, le stanze napoletane non erano come te; ci si arrangiava, si prendeva ciò che capitava e sui gruppi Facebook di affitti si lottava a mani nude per contendersi una stanza a San Biagio dei Librai: spesso mi sono ritrovata a dovermi  accapigliare con altre tizie per una singola al centro.
A me non interessava la bellezza della stanza a Napoli: in casa non ci stavo mai, il mio salotto era Piazza San Domenico e la mia cucina era quell’ampio corridoio di pietruzze e vicoli che si snoda dal chiostro di Santa Chiara fino a via Toledo.
La mia terrazza? Mergellina, il lungomare Caracciolo e Borgo Marinari.
Lì ho goduto della migliore brezza al mondo e ho compreso, per la prima volta, che il concetto di casa trascende le pareti e i confini delle porte, e che io posso essere fieramente sia cilentana che napoletana, in egual modo e con la stessa passione.
Casa è dove ti sei sentita per la prima volta donna, strega e zingara al tempo stesso, dove hai scoperto il grande corpo della città e hai riconosciuto il tuo allo specchio.
Ed è proprio questo doppio statuto dell’anima che mi avvicina alle parole di Elsa Morante, quando parla di “sangue misto” nel suo romanzo “L’Isola di Arturo”. Queste sue parole potrebbero tranquillamente essere il mio epitaffio:

Quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. Tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue-misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro.

Cara stanza torinese, lo capisci avrei potuto benissimo addormentarmi lì, a Napoli, sulla sabbia umida di Borgo Marinari e tra le conchiglie, perché mi sarei sentita comunque protetta?
Invece, con te, questa sensazione non sono mai riuscita a provarla pienamente, e un po’ mi dispiace. Non abbiamo avuto molto tempo: il coronavirus ci ha separati già a febbraio, e chissà quando potrò rivederti.
A volte mi chiedono “Ma com’è la tua stanza a Torino?” e io devo fare un grande sforzo per disegnarti nella mia mente: parlo molto del tuo blu, del tuo turchese e del tuo azzurro che disegnano pennellate sul soffitto, del lettone matrimoniale, della piccola libreria che mi fa sussultare il cuore, se solo penso a tutti i libri che ho lasciato lì.
Parlo del balconcino fiorito: quante sigarette notturne ho fumato affacciata a quel balcone?
Mi piaceva, prima di andare a letto, uscire fuori al balcone (ovviamente col cappotto), godermi il freddo pungente di Torino e aspirare fumo a grandi boccate, per poi andare a lavare i denti.
Mi piaceva anche fare lunghe telefonate, fuori a quel balcone, descrivere ciò che osservavo, come se potessi rendere gli altri partecipi della mia nuova geografia, creando una sorta di filo attorcigliato dalle Alpi agli Alburni.
Quando a febbraio è venuta a trovarmi la mia amica Chiara, mi ha detto subito “Che bella stanza che hai, Mò!”
Scommetto che ti sei sentita molto lusingata, mia cara stanzetta.
“Questa mi sembra davvero la stanza di una scrittrice!”, ha aggiunto poi Chiara, col suo ghigno da folletto (Chiara, se stai leggendo, lo so che ora stai ridendo e stai facendo proprio quel ghigno).
Io non lo so come sia fatta la stanza di una scrittrice, perché io ho sempre scritto ovunque, anche nel treno o sulle note sgangherate del cellulare, però se Chiara ha detto che tu sei una stanza da scrittrice, io scelgo di crederle: d’altronde, Chiara non mi ha mai detto una bugia, mia cara stanzetta.
E pensare che ti ho scelta tra tante stanze!
Sono diventata un’esperta di case torinesi: più che un blog, a gennaio avrei potuto aprire quasi un’agenzia immobiliare.
Ho ricevuto più proposte indecenti nei gruppi AFFITTI TORINO che su Instagram: a quanto pare, molti vecchi proprietari sono soliti proporre alle ragazze di condividere casa con loro, magari pensando che possano tramutarsi in bastone della vecchiaia o non so cosa.
Dal momento che una carriera da badante non mi interessa, ho declinato le offerte e ho continuato in una ricerca che, devo ammetterlo, mi ha estenuata più di quando attraverso la stazione di Garibaldi, a Napoli, e vengo assalita da sciami di venditori ambulanti di “calzini a rate” o accendini già rotti.
Cercare casa a Torino è come sperare che si materializzi una chimera in mezzo alla strada, all’improvviso.
Ma io sono famosa per la mia proverbiale tenacia e forza di volontà, quando mi metto in testa una cosa è pressoché impossibile che qualcuno mi faccia cambiare idea o mi influenzi: quindi mi sono armata di pazienza e coraggio, e ho aspettato che, sulla sponda del fiume, passasse anche il cadavere della mia casa torinese ideale.
Ho mantenuto intatta una speranza che è proprio solo dei bambini, dei pazzi e di quelli che ancora credono che l’albero natalizio che piazzano ogni anno in Galleria Umberto a Napoli non verrà rubato miseramente (spoiler: quell’albero viene rubato ogni anno alla velocità della luce, con la stessa rapidità felina con cui ci si fionda ai buffet di dolci appena li aprono!)
Sono stata lungimirante, e alla fine sono stata premiata: sei una bella stanza, di gran lunga migliore di quelle che ho avuto a Napoli, molto più confortevole e spaziosa; insomma, non sei un ripostiglio spacciato per stanza!
E te lo dice una che ha visto, a Napoli, stanze divise l’una dall’altra con le lenzuola (lo giuro su chi volete) e altri tuguri che sembravano più adatte a ospitare scope, Mocho Vileda e detersivi tarocchi comprati alla Conad.
Dicevo, cara stanzetta: ti ho scelta tra tante, sapendo che saresti stata temporanea.
Avrei voluto avere più tempo per affezionarmi a te, ma forse anch’io ho sbagliato un po’ nei tuoi confronti: sono molto onesta e so riconoscere i miei errori.
Ti ho maltrattata un po’, specie gli ultimi giorni in cui è venuta a trovarmi la mia amica Chiara, già citata prima: in due abbiamo fatto il casino di due rinoceronti africani, e quando abbiamo dovuto tagliare la corda per scappare su un treno “Torino P.N.-Napoli C.le” ti abbiamo messa a soqquadro, gettando sul letto vestiti, cibo, mascherine, flaconi di Amuchina, bottiglie, pacchi di sigarette e di tabacco, libri e borse, nel tentativo di comprimere tutto in delle minuscole valigie che imploravano pietà!
Per non parlare della scrivania: il campo di battaglia delle guerre civili descritte da Lucano nella Pharsalia doveva essere senz’altro più presentabile e ordinato.
Secondo me ho dimenticato qualcosa lì sopra, ma adesso mi sfugge: è probabile che io abbia dimenticato lì, in quel marasma, proprio le chiavi di casa, conoscendomi; no, aspetta vado a controllare.
Chiavi salve.
Ok, attacco di panico sventato brillantemente.
Dicevo, cara stanzetta, quel giorno ti abbiamo davvero trattata come l’ultima delle stalle, ma ci siamo trattenute perché di solito, col nostro disordine e le nostre teste gloriose, facciamo di peggio: ringrazia che non abbiamo svitato anche le lampadine, strappato le tende come se fossero state di cartapesta e smontato le porte per sbaglio!
Ti assicuro che ne saremmo perfettamente capaci!
Poi un giorno ti racconterò di quella volta che io e Chiara, a piazza San Domenico a Napoli a notte fonda, abbiamo litigato con un nano  e abbiamo risposto in malo modo a uno pseudo boss di quartiere, e poi anche di quella volta in cui ci siamo trovate in mezzo alla famosa rissa tra ‘o frat r’o cazz e i suoi scagnozzi!
Quest’ultima diatriba, ci ha ricordato molto una rappresentazione, in chiave moderna, delle Idi di Marzo del 44 a.C., che videro la morte di Giulio Cesare a opera dei cesaricidi.
Al posto della Curia di Pompeo in Senato, però, c’era la curia maxima del kebabbaro davanti a Palazzo Giusso, e anzichè “Quoque tu,  Brute, Fili mi?” sono state pronunciate altre parole, in un idioma ancora più criptico, oscuro ed ermetico dell’antico sanscrito, che facevano più o meno così: “Frat r’o cazz a chi? Omm ‘e’mmerd, omm ‘e’sfaccimm, vien ‘ccà!”.
Dicevo, cara stanzetta, io ogni tanto mi chiedo come stai.
Ti penso, ma non spessissimo, devo dirti la verità: mi sembra quasi un sogno aver abitato davvero a Torino.
Me lo sono sognata? Ci ho vissuto davvero? Più i giorni passano, più dimentico volti, i ricordi sbiadiscono, e devo impegnarmi in uno sforzo bestiale per richiamare alla memoria le fermate dei tram, i viali tappezzati di foglie arancioni come arazzi finemente decorati, il mercato di Porta Palazzo e la zucca violina.
Sì, al mercato di Porta Palazzo ho provato per la prima volta questa varietà di zucca e devo dire che non l’avevo mai sentita nominare: quel sabato però ho deciso di fidarmi di quel venditore piemontese coi baffi, era gioviale e aveva gli occhi buoni.
Vorrei dirti molto altro, ma ho una videochiamata che mi aspetta: devo discutere di una cosa molto importante per me.
Mi raccomando, stammi bene. Io cercherò di risolvere i miei problemi, tu però risolvi i tuoi con la Wi-Fi.
Vorrei tanto allegare una foto più bella in questo post, che ti faccia conoscere e vedere da tutti al massimo del tuo splendore: ma ho soltanto questa foto pescata da una vecchia storia Instagram.
Devi sapere che il mio cellulare si è suicidato e ho perso ogni memoria fotografica che testimoni che io ci ho davvero vissuto, a Torino, e quindi mi accontento di ciò che i reperti social mi offrono. Questa foto non è la migliore che ti ho scattato, ma nonostante lo stress e la sofferenza per la lontananza, io la mattina in cui l’ho scattata ero felice: i raggi di sole, che penetravano come scaglie dorate dalle tapparelle, avevano creato una raggiera di luce che ti incoronava perfettamente.
Mi è bastato questo per pensare a quella parte de L’amore ai tempi del colera, in cui Màrquez scrive che il portico degli scrivani non è il posto migliore per una dea incoronata.
Sì, forse Torino non è il posto del mio cuore ma tu, quella mattina, nella tua semplicità e nel tuo blu oltremare ornato di sole e scintille dorate, mi sei sembrata una dea incoronata.
E mi hai ricordato che ogni posto è giusto, se si ha ben chiaro in mente il proprio scopo e ciò che si vuole.
A presto, stanzetta mia!

Come contenere al meglio la follia in casa propria: consigli per non impazzire (del tutto)

Dopo il decalogo delle cose da fare per rendere il proprio tempo in casa più costruttivo, arriva quello per non imboccare definitivamente la via della follia. E si sa, ogni cammino è sempre lastricato di buone intenzioni. Quindi, attenzione!

1) Truccarsi, ogni tanto

Ok, faccio coming out: io ogni tanto mi trucco in casa, anche se il massimo del tragitto a cui sono destinata è quello dalla cucina alla dispensa per prendere i biscotti integrali Misura (bugia, ho soltanto Abbracci e Pan Di Stelle!)
Presa da incontenibili crisi mistiche, passo ore davanti allo specchio a stuccarmi il volto come gli affreschi della Cappella Sistina, a provare tutti i miei rossetti che vanno dal rosso scuro al rosso carminio, passando per l’amaranto e il bordeaux. Mi allungo le ciglia col mascara volumizzante e mi inciprio il naso, come se fossi invitata alla prima del San Carlo. Perché lo faccio? Perché non mi va di vedermi sempre disordinata, in pigiama, con i capelli a fungo atomico e le buste della Conad sotto gli occhi: non so voi come la pensiate, ma mi sento molto più stressata e improduttiva se devo impersonare costantemente la controfigura di Rosi Bindi. Poi, fate vobis.

2) Trovarsi un fedele compagno di meme

Che siano i meme sul fascino di Conte o quelli su De Luca e le lauree condite col lanciafiamme, è importante avere qualcuno con cui condividerli. Ricordate: un meme letto da soli è triste, è qualcosa che sfocia nella poetica dell’umorismo pirandelliano: è riso amaro, riso strozzato e solitario. La quintessenza del patetismo.
Molto meglio molestare qualcuno per tutto il giorno.

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3) Procedere a un blocco intelligente su Whatsapp

Ce l’avete anche voi quel tizio che su Whatsapp vi manda messaggi lunghi come il Trattato di Parigi in cui dice che il virus è stato creato in labboratorio1!!1!!? Sì, lo so che ce l’avete, sento che ce l’avete anche voi. E quell’altro, che vi manda incalzanti domande con fare da ispettore della CIA, del tipo “E secondo te perché in Russia non ci sono casi???????????????” nel cuore della notte, facendoti venire una tachicardia galoppante?
O vogliamo parlare di quello che, con fare sornione, ti stuzzica con “Mmm e secondo te perché l’Italia ha superato la Cina? Coincidenze? Io non credo!”
Amici, fate un bel respiro profondo, e cliccate sul tasto “Blocca”, proprio in corrispondenza dei loro faccioni fatti di pixel. In un momento così tragico e delicato, non avete bisogno di cazzari laureati all’università della vita e che lavorano presso se stessi.
Blocca, e il cazzaro scompare!
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4) Guardare un film coi propri genitori

Io personalmente non guardo un film con mio padre da quando Pippo Baudo era il re indiscusso della tv, epoca corrispondente più o meno al mio primo ciclo mestruale. Dovete sapere che mio padre predilige i film dal sapore partenopeo perché è lievemente ossessionato da Napoli (boh, chissà da chi ho preso…) e che hanno un retrogusto RIGOROSAMENTE criminale o calcistico. Ebbene sì.
Ieri sera abbiamo visto “Ultras” di Francesco Lettieri (quello con le colonne sonore di Liberato, che è da sempre un mio guilty pleasure), e la settimana scorsa abbiamo recuperato tutto “Gomorra” (la serie che abbiamo iniziato e finito insieme, come ogni prodotto di cinema e serialità che riguardi Napoli).
Beh, non so voi, ma per me è catartico passare ore a vedere brutti ceffi che si azzuffano, che dicono parolacce, che si inseguono per prendersi a mazzate e capate ‘mmocc, mi regala un brivido che non riesco a spiegarvi o descrivervi.
Il problema arriva durante le scene di sesso: in quel momento, sfodero una faccia alla santa Maria Goretti che non capisce cosa stia succedendo, fingo di essere incontinente e mi trincero in bagno, aspettando che la scena sia finita.
Sì, lo avevo già capito dai tempi del cartone “Piccoli problemi di cuore”: andare in bagno ti salva sempre il culo.

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5) Sforzarsi di trovare qualche aspetto positivo in tutto ciò

Non so voi, ma io non sono di certo una fan della positività a tutti i costi, delle “good vibes” e della “serendipity”; allo stesso tempo, non sopporto le persone che non fanno che piangersi addosso e lamentarsi come una Praefica, ossia esemplare di donna che nel mondo antico era pagata per piangere ai funerali e strapparsi i capelli.
Trovo difficile anche costruirci un’amicizia, con una persona del genere: se ti lamenti tutto il tempo e se per ogni mia soluzione sfoderi un problema, arrivata a un certo punto non so più cosa dirti. E visto che sono anche nata con quel dono maledetto (spesso zavorra) che è l’empatia, gli effetti diventano disastrosi.
Quindi, cari amici, lo so che stiamo vivendo un momento orribile. La crisi peggiore dal dopoguerra a ora, ma se rimanete sintonizzati 24 ore su 24 sui tragici bollettini di ogni giorno, rischiate di impazzire. Rimanete a casa, fate il vostro dovere e non dovrebbe succedervi nulla (si spera). Io sono un’ansiosa DOC: spesso fatico a prendere sonno, pensando a tutto ciò che stiamo vivendo, alla mia vita a Torino che chissà quando potrò riprendere, a tutto ciò che avevo fatto per trasferirmi al Nord, e il mio cervello inizia letteralmente a friggere come un uovo buttato nell’olio sfrigolante.
Ma durante il giorno, cerco di non pensare a cosa accadrà, a come sarà la vita “dopo”, ma soprattutto provo a non pensare alla salute mia e dei miei cari.
Mi informo, ma cerco di non diventare ossessiva e  di non fare indigestione di negatività, perché mi conosco: so che finirei per farmi molto più male da sola.
Più di quanto non lo faccia il virus!

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6) Guardare patetiche serie tv adolescenziali

Scrivere questa cosa mi costa non poco imbarazzo, devo ammetterlo.
Sollecitata dal fatto di avere una sorellina in età adolescenziale, mi aggrego spesso e volentieri a lei: e quindi via di “Riverdale” e “Sex Education”.
Adolescenti costantemente allupati, balli della scuola, cheerleader e reginette di bellezza, giocatori di football di 15 anni ma nerboruti e ben piazzati come 35enni: quest’universo mi fa letteralmente inebriare di trash e vitalità!
Già quest’estate avevo sacrificato la mia dignità passando il mese di agosto a guardare quella trashata immane di “Pretty Little Liars” (vi prego, se volete andare in overdose di trash adolescenziale, guardatelo…vi dico solo che c’erano delle scene in cui dovevo andare avanti perché mi sembrava di morire per l’imbarazzo e il cringe).
Portate anche voi il vostro cervello alle giostre, guardate fino alle due di notte serie tv che parlano di ragazzini sociopatici e disadattati,!
Deliziatevi anche voi con adolescenti alle prese con gente morta in circostanze apocalittiche, misteri da risolvere come se toccasse a dei 15enni assumere la funzione di detective e il mondo degli adulti non esistesse, genitori completamente irresponsabili e più birichini dei figli!
Poi in “Riverdale” c’è Cole Sprouse: se da piccoli guardavate “Zack e Cody” sapete di chi sto parlando. Vi dico solo che è cresciuto in maniera magnifica e al di là di ogni previsione.
Insomma, saranno anche serie raffazzonate e scadenti, ma vi consentono di portare i neuroni al lunapark. E mi sembra un ottimo motivo.
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7) Mangiare cose che ci piacciono

Lo so che quella influencer patinata vi sta strizzando gli occhi dalla vostra home di Instagram, con la sua pizza fit fatta di albume e broccoli, o con i suoi pancakes super proteici conditi con sciroppo fit di mirtilli senza zucchero.
Già stiamo facendo un bel po’ di sacrifici, quindi mandatela anche a farsi una camminata! (Ah no, dimenticavo,  non si può uscire. Allora mandatela dove vi consigliava Alberto Sordi).
Vi va di fare la pizza? E allora fatela! Metteteci tutti i condimenti più sfiziosi che volete, ma cosa sarà mai?
Vi va di mangiare quella tavoletta di cioccolato che vi fissa in modo sensuale? Beh, nessuno è mai morto per del cioccolato Lindt (o al massimo io una volta stavo morendo invocandolo, per il troppo desiderio).
Non vi sto dicendo di mangiare come suini allo stato brado o di tramutarvi in scrofe provette, ma semplicemente di essere anche un po’ anarchici e meno duri con voi stessi.
Tanto nessuno vi vedrà per un per bel po’ di tempo, quindi il problema non si pone.
Basta tornare al punto numero uno della lista: per azzerare i sensi di colpa vi truccate in maniera scrupolosa e minuziosa, con lo stesso tocco di un monaco amanuense, vi fate una foto e nessuno, vi garantisco nessuno, si accorgerà della vostra notte d’amore con quella crema al pistacchio e cioccolato bianco, perché sarà troppo impegnato a contemplare il vostro ombretto così ben sfumato.
Provare per credere.

Nelle stanze della quarantena: il decalogo

Anche voi chiusi nelle vostre stanze? Decalogo personalizzato, da Nord a Sud

 

Sono ormai due settimane che non entro nella mia stanza torinese, sto quasi dimenticando com’è fatta!
Chissà come staranno le pareti azzurre, se il sole di Porta Palazzo crea ancora ghirlande di raggiere dorate sul mio piumone bianco , se il cibo che ho lasciato in frigo ha già dato vita a nuovi ecosistemi.
Dopo una settimana a Napoli, dove mi ha attesa una piacevolissima settimana di quarantena a base di libri di Ruggero Cappuccio e Curzio Malaparte, ora sono nella mia stanza di sempre, quella a Felitto.
Oggi piove tantissimo: la pioggia riga i vetri che isolano la mia stanza dal mondo esterno, quello che si apre sul confine dello “struceddu”.
Il ticchettio dei tasti al computer sembra fare da contrappunto alle gocce che battono sempre più forte, come una sinfonia che ho sempre avuto dentro, che sa di acque rotte, scroscio di liquidi e palpebre sbattute.
Mentre scrivo, mi ricordo di quel monologo famosissimo di Màrquez, il Monologo di Isabel mentre vede piovere su Macondo. Sembra che stia piovendo in un altro mondo, in un’altra dimensione rasserenata: il paese sembra essere tornato a uno stato brado e infantile, come se mostrasse quel solco segreto con cui si sorride soltanto nel buio delle proprie stanze.
Con buona pace di D’Annunzio, non piove sulle tamerici e nemmeno sui nostri vestimenti leggieri, non c’è nessuna favola bella che possa schiudersi, ma soltanto quest’acqua che lava e monda ogni singola pietra del borgo, lo rende traslucido e trasparente come gli occhi dei pesci morti.
Ieri sera la luce era andata via al paese, e al buio non ci riconoscevamo,camminavamo e ci sfioravamo, salutandoci con un “Buonasera” secco, che non teneva conto delle fattezze del nostro interlocutore. Per un attimo, abbiamo condiviso tutti lo stesso segreto.
La pioggia scorre, la quarantena continua, e io ho pensato di redigere un decalogo, o forse una lista. Mi aiuterete voi a continuare, se vi farà piacere e se vorrete.

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Decalogo della quarantena

  1. Evitare i contatti ravvicinati, a meno che non riguardino le pagine di quel libro che giace a prendere muffa nella vostra libreria da un mese, e che non avete avuto tempo di riprendere, risucchiati dal frenetico tran tran della vita quotidiana. Vi ricordate quanto l’avete voluto? Quanto vi sembrava bello in quel negozio, su quella bancarella, su quello scaffale? Sfioratelo, stabilite con lui un contatto più ravvicinato possibile e fate la cosa più trasgressiva possibile: perdete un pomeriggio appresso a lui;
  2. Informatevi sui canali ufficiali, senza farvi prendere dal panico: l’informazione non cercatela sui gruppi whatsapp, che ultimamente pullulano di discutibili audio lunghi quattordici minuti, in cui si parla di numeri di contagiati da capogiro, morte imminente e tamponi da fare anche al nostro pesce rosso;
  3. Approfittate del tempo libero per guardare tanti film: vi prego, non Joker, che poi dobbiamo leggere la vostra recensione!;
  4. Chiacchierare con almeno un vostro compaesano sceso dal Nord: non vi contagerà, ma gli farà molto piacere sentire che voi non lo state giudicando;
  5. Lavatevi le mani e poi usatele per fare cose costruttive: visto che siete in casa, aiutate i vostri genitori coi servizi domestici, giocate con i vostri fratelli e sorelle anche se hanno oltrepassato l’età infantile. Giocate con loro e riunitevi in cucina. Vi ricordate com’è fatta, la vostra cucina?
  6. Passate l’Amuchina tra le mani e lasciate morire i germi dell’indifferenza e della cattiveria: chiamate un amico che non sentite da tanto, dedicatevi all’ascolto dei suoi dolori, anziché anteporre sempre quel fastidioso “Io, Io, Io”; scrivete a quella persona a cui avete risposto male, chiedete scusa, praticate l’arte dell’umanità anziché quella, ormai in voga, del cinismo e dell’acidità di facciata a tutti i costi;
  7. Ma allo stesso tempo, siate anche un po’ egoisti: liberatevi delle energie negative come se fossero malattie, tenete alla larga chi non vi fa fiorire ma pensa solo a mortificarvi. Siate coraggiosi (e anche cazzimmosi, come si dice a Napoli);
  8. Se non potete abbracciare una persona, abbracciate le vostre idee e le vostre passioni: avete il tempo di farlo, ora. Senza scuse, procrastinazioni e favole ultra pessimistiche che si racconta la gente mediocre;
  9. Parlate con qualche anziano del vostro paese, portategli un dono e fatelo sentire importante: è l’elemento fragile del virus, l’anello debole delle statistiche. Non è giusto che si sentano come rifiuti, come conchiglie abbandonate. Un vecchio non è spazzatura;
  10. Arredate con cura il vostro bunker anti-corona virus, il vostro lazzaretto da quarantena: deve sapere di infanzia e di futuro, di vecchie nostalgie e anche di rimpianti, di progetti irrealizzabili e di presente concreto. Ancora non lo sapete, ma tutto ciò che fate nella quarantena è importantissimo: è il momento ideale per studiare la strategia per questa grande partita a scacchi che è la vita.
    Spesso sbagliamo o compiamo errori madornali perché nella nostra vita manca una narrazione, la capacità di fare di noi stessi i personaggi che desideriamo: prendiamoci il tempo per mettere a punto la sceneggiatura ideale che ci conduca verso l’idea che abbiamo sempre sognato di noi stessi.
    Coronavirus permettendo.

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